Recensione su Go Now

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13 Aprile 2012

Questo film è una lezione di cinema che introduce Winterbottom tra i maestri del cinema anglosassone con una pellicola che stravolge la struttura americana dell’happy end; un racconto equilibrato tra umorismo e tragedia dove il vittimismo verso la vita viene sopravanzato dal piglio combattivo in cui si racconta una battaglia quotidiana in termini minimalistici vicini ad un sentimento elevato che vive nella periferia fangosa di matrice thatcheriana e che già Loach spesso aveva evidenziato. È un cinema di contenuti eccelsi perché racconta i miracoli della vita attraverso una crescita interiore e non con le boccettine di Lourdes. La realtà in Winterbottom consiste nella forza di guardarsi allo specchio ed accettare se stessi nel bene e nel male, amare se stessi per essere amati, vivere per non essere vissuti. L’eredità dell’humor inglese non si perde, ma non sconfina nella ricerca di gratificanti battute per salvare un film tragico. L’accettazione del bene e del male, stringere i denti, andare avanti, non aver paura che sia sempre finita. Questo film che banalmente può sembrare lacrimoso è invece un inno solenne ad una verità sobria di cui spesso si parla, si vede e poi si nasconde appena usciti dalla sala buia di un cinema. Questa è la lezione di un cinema europeo che fotografa la realtà oltre ciò che si vede anche se è necessaria la crudezza a distanziare l’eros dalla malattia; anche il ridurre tutto a brandelli, ma poter scegliere liberamente di abbandonare tutto o ricucire senza una morale dominante (l’happy end) che impone le strutture narrative per soddisfare palati paganti.

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