Recensione su C'era una volta a New York

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Spreco di potenziale / 27 marzo 2017 in C'era una volta a New York

Ambientato in un intrigante e significativo contesto storico come quello della New York di inizio Novecento, forte di una protagonista intensa, misurata e sensibile come la Cotillard e pur affrontando un argomento come quello dell’emigrazione e della ricerca di un luogo in cui vivere lontano dal Male che è ancora di quotidiana, pressante e drammatica attualità, il film di Gray non mi ha convinta granché.
Peccato, perché pellicole come Two Lovers e The Yards mi erano piaciute molto (I padroni della notte, invece, no).

Come altri lavori di Scorsese (vedi, per esempio, Gangs of New York), con cui Gray condivide l’amore per New York e l’uso della città come protagonista attiva delle sue narrazioni, The Immigrant sembra volerci dire che la civilissima società americana è stata costruita sul dolore, sulle lacrime e sulla violenza e che, a dispetto del trascorrere degli anni e di una presunta evoluzione morale, l’arte del sopruso resta regina indiscussa in qualsiasi transazione umana che vede almeno una delle persone coinvolte in svantaggio fisico o economico.

Il fatto è che, a dispetto delle belle premesse, questo è un film irrisolto: certamente elegantissimo in alcuni passaggi (la scena del confessionale, dominata dal volto della Cotillard incorniciato dalle tenebre più profonde, è interpretata e fotografata in modo da impressionare profondamente lo spettatore…. e ci riesce), delicato nell’affrontare alcuni aspetti della violenza, il lavoro di Gray si risolve in un polpettone sentimentale, in cui, talvolta, a causa di una incompleta caratterizzazione dei personaggi, non si colgono precisamente le variabili dei rapporti causa-effetto che li fanno muovere.
Così, per esempio, le nevrosi incarnate da Phoenix girano un po’ a vuoto e il personaggio di Renner è molto incolore. Inesistenti le figure di contorno.

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