Recensione su Woody Allen: A Documentary

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26 Aprile 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Biografia della vita di Allen Woody, in due parti e due versioni, la prima di un paio d’ore e che è quella uscita nei cinema italiani, la seconda di un paio di paia d’ore, che sarebbe quella vista.
Innanzitutto c’è Woody Allen, e mi sembra che per mettere insieme una bio di Woody Allen questo aiuti abbastanza. E in secondo luogo c’è la sua storia. Abbastanza imperdibile per chiunque abbia un minimo di affezione per, boh che ne so, almeno due o tre dei mille (una quarantina di) film che Allen ha girato dagli anni ’60 a oggi. C’è tutto, per quel che lo si poteva far stare: l’infanzia e i ricordi famigliari, il quartiere dove è cresciuto, e dove passeggia tutt’ora con un orribile cappellino da pescatore e i pantaloni alle ascelle, gli inizi. A 17 anni Woody aveva uno stipendio migliore dei suoi genitori, e lavorava come battutista :/ non so a quanti possa capitare. E poi la crescita, il passaggio alla regia e la ritrosia dalle luci della ribalta, lo schifo per il tappeto rosso, allo stesso tempo visti come indispensabili a poter continuare a fare quello che vuole. Che è in fondo l’unica cosa che gli frega. I film, tutti, tanti, prima quelli solo da ridere, poi quelli più o meno seri, quelli più e meno flop, fino ad arrivare a quelli recenti. Arricchiscono la rassegna interviste a: amici, parenti, colleghi di lavoro–> soprattutto attori, tanti, belli, brutti, neri, ebrei, Diane Keaton, Scarlett, troppi. E tutti dicono che sì, Woody è un grande regista perché fondamentalmente arriva e ti dice di fare come cacchio ti pare, e se una battuta non ti piace sentiti pure liberissimo di non dirla. E loro tutti la prima volta che l’hanno incontrato hanno pensato all’incirca “wtf???”.
Il tutto a tratteggiare un ritratto interessante assai, del personaggio e del suo pensiero, l’ipocondria, gli shrinks e la paura della morte, il suo dedicare la vita alla ricerca di qualcosa, di un senso, che non trova ma che se esiste può venir rintracciato solo continuando a girare film su film. E si delinea anche il metodo di Woody, un non fermarsi mai, anche quando la vita privata è a brandelli, andare avanti e fregarsene, ammirevole esercizio di coltivazione del proprio giardino. Quel che è impressionante è come sostenga che tutti i film, quelli riusciti come quelli venuti a schifio, siano il prodotto di uno sforzo da parte sua sempre uguale, del tutto scollegato dal risultato. Lui fa il film, a volte viene che sì, a volte che no, lui non se ne rende conto e comunque ne fa un altro, e l’orizzonte si sposta un po’ più in là.

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