Recensione su Il treno

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5 novembre 2014

THE TRAIN

1944, Francia occupata dai Nazisti.

I tedeschi prevedendo la Liberazione della Francia organizzano il trasferimento in Germania delle più preziose opere d’arte francesi. Quello che rimane dello spirito della Francia sta per essere deportato in modo coatto nella tana del lupo. Eppure a gestire l’operazione è un ufficiale affascinato e competente in storia dell’arte: il colonnello Von Waldheim, un uomo che da sempre è affascinato da quella che il regime nazista considera “arte degenerata”. Lo troviamo assieme alla direttrice di un museo, in una stanza, a contemplare le sue delizie mentre la direttrice assiste impotente all’imballaggio dei quadri. La scena è accompagnata dai titoli d’apertura ed il misto di sentimenti che pregnano l’opera nei primi minuti rendono l’intro del film tanto bella quanto dura.
La direttrice contatta la resistenza mentre i gerarchi nazisti pianificano il trasporto delle opere d’arte; in un momento in cui mezzi e uomini devono essere sfruttati appieno affinché il III Reich non perisca, il Colonnello Von Waldheim mette l’arte sopra il valore della vita, sopra la vita degli uomini. Il trasporto dei quadri è così organizzato, le opere vengono dunque messe su un vagone di un treno che dovrà partire il prima possibile per la Germania Nazista. Effettivamente un carico composto dai quadri di Picasso e Renoir è l’equivalente di un tesoro, un bottino dal valore inestimabile, farlo arrivare a Berlino è un obiettivo secondo in importanza solo alla situazione sul fronte. Con la partenza del treno però scenderà in campo la Resistenza, la quale attraverso continue azioni di sabotaggio, dalle più ingenue alle più determinanti, rallenteranno a tal punto il cammino del treno da assistere alla disfatta dell’Impero Nazista.
Freni che stridono, vapore, treni che deragliano, fucilazioni, sabotaggi, ostaggi tenuti con il pugno di ferro, stratagemmi di ogni tipo (sublime quello che vede la deviazione del treno in una zona totalmente opposta da quella pianificata dai nazisti), rappresaglie, massacri, sudore, fuliggine e tanta tanta azione, sono questi gli elementi e/o gli ingredienti che rendono l’opera un fior fior di film bellico. Diretta da John Frankenheimer, tratto dal romanzo Le front de l’art di Rose Valland, l’opera in questione è caratterizzata da un montaggio serrato e da una regia tanto veloce quanto pulita.
Una delle scene che ho preferito, a parte quella delle esplosioni spettacolari nella prima metà, è stata quella che concerne il camuffamento delle stazioni ferroviarie francesi. Il trucchetto fa credere ai soldati nazisti che il percorso è quello per la Germania ma in realtà è un percorso che porterà la locomotiva ad uno scontro con un altro treno a suo tempo deragliato mentre un’altra locomotiva irrompe nella scena. In questo modo John F. si permette di far deragliare un trio di locomotive, una dopo l’altra, in una spirale di devastazione. Il tutto per ritardare il percorso e le riparazione. La regia virtuosa, caratterizzata dalle carrellate in avanti ed indietro sui soldati nazisti, dalle inquadrature destabilizzanti e trasversali, attenta al particolare ai bulloni, agli assi eliminati, alle rotaie, rendono il film a dir poco adrenalinico. E non è finita qui, perché i continui sabotaggi manderanno al manicomio il colonnello Von Waldheim. Un antagonista disposto a tutto, anche uccidere chi non la pensa a suo modo, pur di portare in Germania il carico di opere d’arte.
DonMax

Note.
Burt Lancaster uno di noi.

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