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Recensione su Il servo

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Danse macabre / 9 aprile 2011 in Il servo

E’ una macchina perfetta (anche ad un livello puramente estetico: inquadrature attente, intriganti giochi di luci, sapiente uso degli specchi), questo film di Losey (come immagino lo sia il libro di Maugham dal quale è stato tratto).
Tutto, in effetti, funziona come dovrebbe e ciò che ci viene mostrato (gli eventi seguono una dinamica letale, involutiva e impietosa, che, partendo lentamente, si fa via via più veloce fino a culminare in un epilogo esemplare) pare non solo logico ma persino inevitabile; così il declino morale e fisico di Tony, il padrone (un James Fox agli esordi ma già capace di fornire un’interpretazione assolutamente convincente; lo vediamo disfarsi davanti ai nostri occhi, regredire ad uno stadio quasi infantile), la conseguente “vittoria” di Barrett, il servo (un ottimo e affascinante Bogarde), nonché la centrale inversione dei ruoli (il personaggio di Fox non arriva a perdere soltanto il controllo di sé ma anche di ciò che possiede: in una delirante e pericolosa identificazione con l'”amico-servo”, che non gli è più inferiore, finirà a servire i liquori all’altro, ad essere un ospite in casa propria) non ci stupiscono affatto: la scaltrezza di una classe proletaria che ha addestrato sè stessa a fingersi servile (anche se gli sguardi di disprezzo di Bogarde ed alcuni gesti stizzosi dell’inizio hanno il potere di disingannare, almeno lo spettatore, sulla sua vera ed intima natura) ed innocua per meglio affrontare la “scalata sociale”, non è nuova (anche se è nuovo il modo in cui Losey la porta in scena).
Ognuno, d’altra parte (e questa è la lezione più dura che il regista sceglie di impartirci), è legittimato ad usare il proprio “talento” per farsi strada in un mondo nel quale pietà, solidarietà, compassione non sono tollerate: Vera (una giovanissima e stupefacente Sarah Miles), ad esempio, poiché donna, non può che sfruttare la propria volgare sensualità (complice di Barrett, seduce il padrone con un’innocenza malamente simulata), anche lei, in fondo, un poco vittima, in una società costituzionalmente maschilista (finisce per diventare il peso capace di decretare la vittoria di uno o dell’altro piatto nella bilancia del potere); Barrett, invece, lavora per colmare i vuoti dell’esistenza di Tony (particolarmente significativa la scena del gioco a palla sulla scale, caricata ancor di più da un’inquadratura dall’alto di grande effetto), fino a rendersi indispensabile.
Parassiti o eroi della propria classe?
Inquietante.

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