Recensione su La nascita di una nazione

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Retorica sudista (e moderne ipocrisie) / 19 Giugno 2013 in La nascita di una nazione

Chiariamo subito, per questo film ho dovuto fare una specie di media pilatesca. Innegabile è il valore artistico, così come innegabile è l’imbarazzo per lo spettatore moderno di fronte al revisionismo storico che propone una vera e propria agiografia del Ku Klux Klan.
Bisogna guardare questo film ben consci degli sconcertanti concetti antropologici di quegli anni, così marcatemente razziali e lucidamente convinti della supremazia bianca; solo così potremo chiudere un occhio sulla trama che vede la losca congiura dei neri alla quale si contrappone l’ “eroico e nobile” sud bianco.
Il governatore mulatto Silas Lynch – ovvero, l’attore bianco Siegmann con la faccia annerita, che peraltro assomiglia in maniera mostruosa a… Calderoli! – è un viscido cospiratore che attenta alla virginea e nivea bellezza della figlia del suo mentore.
Il voto ai neri, evento simbolico di giustizia ed uguaglianza, suona qui come un cupo imbarbarimento della società americana, e l’aula dove i deputati neri gozzovigliano, ridono e mettono i piedi scalzi sopra il tavolo è una sequenza davvero irritante.
Patetica è l’ispirazione del protagonista Ben Cameron nell’ideare il costume bianco del KKK, con una retorica che a noi italiani ricorda il più triste Ventennio; di più, si sfora la soglia del ridicolo con il marcantonio bianco che in una rissa da saloon fronteggia fieramente un drappello di negri, e ovviamente viene ucciso vilmente a sangue freddo.
Eppure, c’è una vibrante drammaticità nell’ irrompere della guerriglia in città, le lunghe sequenze “didascaliche” militari non sono prive di fascino, tra alte colonne di fumo e scene di battaglia frenetiche e brutali (vedasi l’accanimento impietoso sul cadavere dei nemici a colpi di baionetta). Così come i fac-simile storici che intervallano il plot, dalle udienze del Presidente Lincoln al teatro del suo assassinio (il celebre attentatore Boothe è Raoul Walsh), o l’incontro tra i generali Lee e Grant (un giovane Donald Crisp).
E c’è pure (non accreditato) nientemeno che John Ford sotto un cappuccio del KKK. Tarantino ha dichiarato di “odiare Ford” per questa comparsata; e io reputo questa infelice uscita di Tarantino come un atto di pura ipocrisia demagogica.

8 commenti

  1. yorick / 19 Giugno 2013

    Non la sapevo quella sparata di Tarantino, effettivamente ha un che di demagogico, come tutto il suo cinema post JB. Comunque, grazie al cielo Griffith ha fatto di meglio (“Intolerance”, per esempio).

  2. paolodelventosoest / 19 Giugno 2013

    Intolerance lo vedrò sicuramente, ma prima devo digerire questo. Tre ore di retorica sudista, rimane un po’ sullo stomaco, è come una peperonata a mezzanotte.

    • Unospettatorequalunque / 20 Giugno 2013

      Io dovrei vedere questo film per l’esame di storia del cinema, ma già la durata e la trama mi fanno stare male. Che dite, faccio questo “salto della fede”? 😛

  3. paolodelventosoest / 20 Giugno 2013

    @cinefilonapoletano91 Beh, se hai bisogno di qualche dettaglio in più chiedimi pure.

    • Unospettatorequalunque / 20 Giugno 2013

      Quello che mi piacerebbe sapere è come sia tecnicamente questo film (in termini di inquadrature per essere precisi) e il messaggio di fondo. So che griffith fu molto criticato per tale opera..

  4. paolodelventosoest / 20 Giugno 2013

    Premesso che non ho mai studiato le tecniche del cinema, posso tranquillamente dirti però che Griffith usa tre registri; il primo narrativo dedicato alla storia delle due famiglie, il secondo sempre narrativo dedicato alle scene di guerra ed il terzo sono i Fac Simile storici, specie di inserti didascalici che ricostruiscono fatti storici realmente accaduti.
    Mentre sugli ultimi due ho notato che Griffith posiziona la camera in modo tradizionalmente fisso – con inquadrature anche da molto lontano per le scene di guerra – sul primo ho notato una tecnica dinamica e un più efficiente contrasto di luci (il bianco puro della vittoria, il nero scuro della cospirazione).
    Il messaggio di fondo è puro revisionismo storico; il sud risulta il depositario della purezza, che il nord ha voluto distruggere con il meticciato e dando potere ai neri. Obiettivamente, è un tema epico già visto e nella maggior parte dei casi “giustificato”; ci risulta naturale parteggiare per il piccolo villaggio di Asterix che resiste strenuamente contro i Romani, tendenzialmente la letteratura ci ha sempre spinto dalla parte delle minoranze sopraffatte. Ma in questo caso subentra il fattore storico della segregazione razziale, e naturalmente non possiamo “stare al gioco” di Griffith senza sentire il grave peso del razzismo.

    • yorick / 20 Giugno 2013

      Be’, c’è anche da dire che mette un po’ in chiaro tutto quello che è stato fatto nel cinema dalle origine fino a quei tempi, comunque per me vale quasi soprattutto per il montaggio (finalmente?) analitico, praticamente scoprendo l’importanza del raccordo. Per il resto, la storia ha troppa importanza nell’economia del film perché il messaggio di fondo non mi stia sulle palle.

  5. Unospettatorequalunque / 1 Agosto 2013

    Grazie mille ragazzi. Perdonatemi se vi rispondo solo ora, ma proprio in questo momento ho letto i vostri commenti :).

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