?>Recensione | Viale del tramonto | Senza titolo

Recensione su Viale del tramonto

/ 19508.8242 voti

11 marzo 2011

Il film ha un suo grande equilibrio, un inizio fulminante, un finale altrettanto potente. Passa per essere il primo film in cui è un morto che racconta la sua vicenda (poi ripresa in una maniera ossessiva da più parti, anche le Casalinghe disperate non sanno trattenersi nel pilota), non è così, è almeno preceduto da Vertigine di Preminger, ma la sua rivoluzionarità è tutta visiva, è l’inquadratura dal basso in alto, nell’acqua, è la consistenza del cadavere che è straordinariamente resa. E’ un film bellissimo e inesauribile che racconta hollywood dietro le quinte, la brama di successo, il lavoro oscuro degli sceneggiatori, la decadenza dei miti abbandonati dalla cinepresa e che per contrasto, nello svelamento della finzione della macchina cinema ne celebra inesauribilmente la magia (e il riflettore acceso sulla Swanson è magia pura, è cinema).
Guardiamo alla modernità dello script, un uomo che si fa mantenere, palesemente mostrato al pubblico e che è poi una grande verità di Hollywood dove la legge del divano veniva applicata equamente (piena pari opportunità giustamente) ad ambo i sessi. Guardiamo alla coppia Swanson /Stroheim, un vincolo di potere e asservimento, di amore e dedizione, un legame di reciproca sopravvivenza. Qual’è la malattia del divismo? L’essere lo specchio separato dell’attore, l’essere l’assoluto a fronte delll’umanità corruttibile dell’uomo, l’essere la proiezione del pubblico. E la vecchia Hollywood era tutto ciò, perchè costruita sulla finzione, dove in studio tutto si fabbricava e si girava, perchè i suoi divi erano appunto decostruiti e ricostruiti funzionalmente ai ruoli, ai simboli, al pubblico di riferimento.
Ma è anche un film che parla del desiderio, perchè Holden è un uomo normale in un meccanismo appena eccezionale, che si accontenta e vende il suo sogno, o meglio che cerca scorciatoie comode; perchè la Swanson è tutti noi, persi in illusioni che sappiamo tali, ma che ci confortano, incapaci di adattarci ai cambiamenti senza soffrirne.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext