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Viale del tramonto

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Viale del tramonto / 27 Luglio 2020 in Viale del tramonto

“Viale del tramonto” è il film per eccellenza sulla fine di un periodo storico del cinema, l’era del cinema holliwoodiano classico. All’interno di questo film troviamo tutto ciò che contraddistingue la decadenza, il totale disfarsi di un’epoca che è andata a finire, e contemporaneamente la brama d’immortalità, la voglia di avere sempre le luci addosso. Ma talvolta lo spettacolo per qualcuno deve terminare: ma questo finale sarà lucente, sotto le stelle delle camere da presa.
Un film che fonde lucidamente il dramma, la commedia e il noir, e che presenta forse la più grande performance attoriale femminile di ogni tempo, quella di Gloria Swanson nei panni di Norma Desmond.

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Fantasmi hollywoodiani / 8 Dicembre 2017 in Viale del tramonto

Epitaffio monumentale, mausoleo di un modo di fare (ed intendere) la settima arte che non tornerà più. “Viale del tramonto”, per come la vedo io, è tutto questo. Può essere visto come una spartiacque tra una generazione che non si è rassegnata a lasciarsi ingabbiare dai confini del tempo e che trova il suo rappresentante nella monumentale Norma Desmond (Gloria Swanson) e chi pensa che sia giunta l’ora di voltare pagina come lo scrittore di soggetti Joe (Willelm Holden). A pieni polmoni è possibile respirare l’aria di decadenza che circonda la villa dell’ ex diva del muto (le pareti incrostate, il vento che soffia nelle canne dell’organo, il funerale della scimmietta..) e l’ossessivo culto che Norma ha della propria persona, disprezzando totalmente l’innovazione e spargendosi la pelle di lodi e ammirazioni confinate in quello stesso spazio. Siamo davanti ad una vera “ghost story”, popolata dagli spettri del grande cinema muto (Buster Keaton, Cecil B.Mille, un Erich von Stroheim monumentalmente statuesco).

Un capolavoro crudele e meraviglioso.

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La discesa di Salomé / 24 Settembre 2014 in Viale del tramonto

Il declino del mondo del muto non ha mai avuto cantore più grande di Billy Wilder, nè musa più grande della fantomatica Norma Desmond che agghindata da Salomé scende nobilmente verso le telecamere, anche se stavolta son quelle della cronaca nera.
Il soggetto è la forza segreta e magnetica di questa immortale black beauty del cinema.
Uno scrittore mediocre di nome Joe Gillis (un ancora verde ma già magnifico William Holden) capita accidentalmente in una vecchia villa, un luogo dove “il tempo sembrava colpito da paralisi”, “che si disfaceva in solitudine, lentamente”.
Una indimenticabile Gloria Swanson è la divina Norma Desmond che “camminava come una sonnambula sull’orlo della voragine del suo passato”.
Ed ha ragione da vendere Rober Ebert quando affermava che “la performance che conferisce risonanza emotiva al film rendendolo reale nonostante la sua gotica stravaganza” è quella di Von Stroheim, funereo e devoto maggiordomo dal passato insospettabile.
Le esequie notturne della scimmia nella piccola bara bianca, la triste notte di capodanno in una lustra sala da ballo senza ospiti, il tavolo di poker con vecchie glorie del muto, definite da Gillis i “manichini di cera” (fa un certo effetto vedere Buster Keaton dire “passo” con voce cavernosa); quante sono le sequenze che fotografano alla perfezione questa stravagante e gotica tragedia in bianco e nero.
Nella montagnola della mia classifica personale, lotta con pochi altri titoli per la vetta.

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3 Marzo 2013 in Viale del tramonto

È un film di una crudeltà inaudita verso chi fa film. Grandioso.

1 Gennaio 2012 in Viale del tramonto

Quando realtà e finzione si fondono in maniera sublime eppure inquietante: la Swanson, come la sua Norma, fu una grande diva del cinema muto e, all’epoca di questo film, aveva appena compiuto cinquant’anni, come la donna, macerata dai ricordi di un passato fastoso, da lei interpretata.

In queste settimane, nei cinema italiani è stato distribuito “The Artist”: le due trame non sono particolarmente dissimili, anche se il film di Hazanavicius sembra avere molti più debiti narrativi nei confronti di “Cantando sotto la pioggia” che verso questo di Wilder.
Eppure, entrambi hanno saputo cogliere il potente dramma che incombe su chi, raggiunto l’apice del successo col carisma del proprio sguardo, vede un altro senso soppiantare letteralmente il proprio talento.

Cameo di Buster Keaton (che qui parla!), ruolo interessante per il paterno regista Cecil B. De Mille, ma la scena è tutta per Gloria Swanson, inarrivabile, con occhi spiritati ed intensissimi, labbra sottili, mutaformiche, sinuose come una ferita insanguinata sul viso, e mani rapaci eppure aggraziate, espressive quanto i sopraccigli (credo che Malefica della Disney, per gestualità ed intensità, sia uno spassionato omaggio nei suoi confronti).

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11 Marzo 2011 in Viale del tramonto

Il film ha un suo grande equilibrio, un inizio fulminante, un finale altrettanto potente. Passa per essere il primo film in cui è un morto che racconta la sua vicenda (poi ripresa in una maniera ossessiva da più parti, anche le Casalinghe disperate non sanno trattenersi nel pilota), non è così, è almeno preceduto da Vertigine di Preminger, ma la sua rivoluzionarità è tutta visiva, è l’inquadratura dal basso in alto, nell’acqua, è la consistenza del cadavere che è straordinariamente resa. E’ un film bellissimo e inesauribile che racconta hollywood dietro le quinte, la brama di successo, il lavoro oscuro degli sceneggiatori, la decadenza dei miti abbandonati dalla cinepresa e che per contrasto, nello svelamento della finzione della macchina cinema ne celebra inesauribilmente la magia (e il riflettore acceso sulla Swanson è magia pura, è cinema).
Guardiamo alla modernità dello script, un uomo che si fa mantenere, palesemente mostrato al pubblico e che è poi una grande verità di Hollywood dove la legge del divano veniva applicata equamente (piena pari opportunità giustamente) ad ambo i sessi. Guardiamo alla coppia Swanson /Stroheim, un vincolo di potere e asservimento, di amore e dedizione, un legame di reciproca sopravvivenza. Qual’è la malattia del divismo? L’essere lo specchio separato dell’attore, l’essere l’assoluto a fronte delll’umanità corruttibile dell’uomo, l’essere la proiezione del pubblico. E la vecchia Hollywood era tutto ciò, perchè costruita sulla finzione, dove in studio tutto si fabbricava e si girava, perchè i suoi divi erano appunto decostruiti e ricostruiti funzionalmente ai ruoli, ai simboli, al pubblico di riferimento.
Ma è anche un film che parla del desiderio, perchè Holden è un uomo normale in un meccanismo appena eccezionale, che si accontenta e vende il suo sogno, o meglio che cerca scorciatoie comode; perchè la Swanson è tutti noi, persi in illusioni che sappiamo tali, ma che ci confortano, incapaci di adattarci ai cambiamenti senza soffrirne.

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