1965

Repulsion

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Repulsion
Repulsion

Una giovane ed attraente estetista, convive a Londra con la sorella maggiore. La ragazza è particolarmente timida e sembra provare un forte timore nei confronti degli uomini. Quando sua sorella parte per una vacanza, lasciandola sola in casa, le paranoie della giovane deflagrano.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Repulsion
Attori principali: Catherine Deneuve, Ian Hendry, John Fraser, Yvonne Furneaux, Patrick Wymark, Renée Houston, Valerie Taylor, James Villiers, Helen Fraser, Monica Merlin, Hugh Futcher, Imogen Graham, Mike Pratt, Roman Polański
Regia: Roman Polański
Sceneggiatura/Autore: Roman Polański, Gérard Brach
Colonna sonora: Chico Hamilton
Fotografia: Gilbert Taylor
Produttore: Gene Gutowski, Michael Klinger, Tony Tenser, Sam Waynberg
Produzione: Gran Bretagna
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 105 minuti

Magnifique / 14 novembre 2015 in Repulsion

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Che dire... uno splendido Polanski. Questo film mostra perfettamente la fragilità mentale di una ragazza che vive di un equilibrio psichico sottile come il filo di un funambolo, un equilibrio maniacale che si basa sulla presenza della sorella che rappresenta l'ancora di salvezza di una mente disturbata. Inoltre Carol prova repulsione per il sesso maschile,... continua a leggere » infatti odia l'amante di sua sorella ed il modo in cui si permette di "invadere" la routine familiare tra lei e sua sorella, al contempo non riesce a sopportare le avances di un ragazzo che le fa la una corte serrata. L'unico momento di svago di Carol è rappresentato dal suo lavoro come manicure in un centro di bellezza, li incontra gente e chiacchiera con le colleghe come qualsiasi ragazza della sua età. Purtroppo per lei l'elemento schizofrenico, tenuto a bada grazie a questa precaria situazione di stabilità nella sua vita, esplode con conseguenze gravissime per se e per gli altri....

Gioiello morboso e alienante di Roman Polanski, una Catherine Deneuve formidabile, recitazione perfetta nel mostrare una discesa negli inferi da parte della protagonista che verrà ripreso e, se possibile, migliorato sempre da Polanski stesso nel suo capolavoro "L'inquilino del terzo piano". La fotografia è qualcosa di magnifico, il bianco e nero è perfetto per rendere più cruda e claustrofobica la storia, i primi piani del viso della Deneuve fanno il resto. Anche il sonoro va dalla parte giusta, le parti in cui comincia a manifestarsi la schizofrenia, sottolineate da tamburi battenti e persistenti, e le musiche distorte e disturbanti durante gli incubi notturni sono di ottimo livello per un film che potrebbe rivaleggiare col miglior "Silent Hill" per atmosfera.

Un must have per tutti i palati fini!

Silenzio, angoscia, paranoia… / 26 marzo 2015 in Repulsion

Confesso, sono uno spettatore facilmente suggestionabile. E i film che raccontano l'alienazione con questo ritmo lento, studiato, impietoso, dove tutto è immerso in un pesante silenzio scandito dal gocciolare, ticchettare, trillare... Mi lasciano un senso di angoscia insopprimibile. Catherine Deneuve davvero brava, molto più di quanto pensassi. Ma non fa... continua a leggere » per me, con certe sensazioni mi sento profondamente a disagio.

Il buio nella mente / 28 aprile 2014 in Repulsion

Dalla barca de “Il coltello nell’acqua” (1962) fino al teatro di “Venere in pelliccia” (2013), passando per l’abitazione di “Repulsion” (1965), il castello di “Cul-de-sac” (1966), il maniero di “Per favore non mordermi sul collo” (1967), lo stabile di “Rosemary’s Baby” (1968), il palazzo di “L’inquilino del terzo piano”... continua a leggere » (1976), la nave da crociera di “Luna di fiele” (1992), il cottage di “La morte e la fanciulla” (1994) e l’appartamento di “Carnage” (2011), Roman Polanski, classe 1933, nel corso della sua lunga e gloriosa carriera ha ampiamente dimostrato di essere perfettamente a suo agio nei set claustrofobici.
E conoscendo questa sua predilezione per gli spazi chiusi, aumenta il rammarico per il fatto che egli non abbia mai ricavato una trasposizione cinematografica da “La metamorfosi” di Franz Kafka. Pensate un po’ a che film poteva uscire dal geniale testo dell’autore praghese, soprattutto se Polanski lo avesse realizzato nel suo periodo di forma migliore, ossia negli anni Sessanta e Settanta. Probabilmente ne sarebbe venuto fuori un capolavoro, o giù di lì.
“Repulsion” è il secondo lungometraggio del regista polacco (il primo era “Il coltello nell’acqua”, uno degli esordi più fulminanti di tutti i tempi), e racconta l’inquietante storia di una giovane e affascinante estetista belga, Carol Ledoux (Catherine Deneuve), che soffre di dissociazione mentale e che risiede a Londra in un appartamento in affitto insieme alla sorella maggiore, Helen (Yvonne Furneaux), la quale ha una relazione sentimentale con un uomo sposato, Michael (Ian Hendry). Quando questi ultimi due decidono di andare in vacanza in Italia per una decina di giorni, Carol rimane a casa da sola, e la solitudine acuisce la sua schizofrenia a tal punto da farla sprofondare nella follia più totale.
Fin dal folgorante incipit, in cui la cinepresa inquadra in primo piano l’occhio della Deneuve su cui compaiono i titoli di testa, con la scritta “Directed by Roman Polanski” che simula il taglio del bulbo oculare dell’attrice francese (un evidente omaggio alla celeberrima sequenza di apertura di “Un chien andalou”, 1929) con un movimento orizzontale da destra verso sinistra, capiamo due cose: la prima è che ci troviamo di fronte a un film superbo; la seconda è che Carol, quando l’inquadratura si allarga e vediamo il suo viso per intero, ha qualcosa che non va. Quel suo sguardo perso nel vuoto, infatti, non fa presagire nulla di buono, e nel giro di circa cento minuti avremo la conferma che avevamo ragione a sospettare che dietro agli occhi spenti della ragazza si celasse qualcosa di preoccupante.
In trasferta in Inghilterra, Polanski (che oltre a sceneggiare a quattro mani con Gérard Brach appare brevemente nelle vesti di un suonatore di cucchiai) tratteggia un ritratto scioccante di una donna schizofrenica che odia gli uomini fino alla repulsione (da qui il titolo del film), e grazie alla straordinaria mobilità della macchina da presa, che si muove sempre sicura, dimostra come si possa fare cinema di altissimo livello all’interno di un appartamento, e quando si sofferma sul volto catatonico di Carol, è come se ci invitasse a penetrare negli oscuri meandri della mente malata della protagonista, la quale soffre di terribili allucinazioni (si immagina che le crepe squarcino i muri della sua casa e che dalle pareti escano delle braccia umane) e improvvisi attacchi di catalessi (come quando, nel memorabile inizio, fissa un punto indefinito davanti a sé tenendo nella sua mano quella di una cliente del centro estetico per cui lavora).
La fotografia in bianco e nero di Gilbert Taylor crea un’atmosfera minacciosa, ben sottolineata dalle musiche di Chico Hamilton, e Catherine Deneuve, che interpreta con notevole intensità un ruolo complesso e sfaccettato, non è mai (più) stata così brava e convincente, nemmeno quando ha lavorato con quel genio di Luis Buñuel in “Bella di giorno” (1967) e in “Tristana” (1970). Sospeso tra realtà e immaginazione, attraversato da una tensione costante e pervaso da una profonda inquietudine, “Repulsion” (vincitore, nel 1965, dell’Orso d’argento al Festival di Berlino) è un film macabro e disturbante, ricco di momenti agghiaccianti (ne citiamo uno per tutti: l’omicidio compiuto a colpi di rasoio), che oscilla magistralmente tra il thriller e l’horror e che, mediante un crescendo drammatico esemplare, avviluppa lo spettatore in un vortice senza via d’uscita.
Le scene indimenticabili sono tante, elencarle tutte sarebbe noioso, perciò ci limitiamo a ricordare quella in cui Carol parla con una sua collega che le dice di essersi divertita un mondo a vedere al cinema un film diretto e interpretato da Charlie Chaplin in cui quest’ultimo aveva talmente tanta fame da mangiare una scarpa, e in cui c’era un omone grande e grosso, anch’egli terribilmente affamato, che scambiava Charlot per una gallina (nella scena in questione il titolo del film di Chaplin non viene menzionato, ma è superfluo dire che si tratta di “La febbre dell’oro”, 1925).
E’ probabile che Robert Altman si sia ispirato a questo magnifico film di Polanski quando, nel 1972, ha girato “Images”, un eccellente thriller psicologico con venature fantasy e horror che narra una vicenda per certi versi analoga a quella di “Repulsion”, così come è probabile che lo Stephen King di “Shining”, nel 1977, abbia preso dal suddetto film di Altman l’idea di ambientare in un luogo isolato (nel caso del romanziere un hotel, in quello del cineasta una casa di campagna) una storia che racconta di una graduale discesa nella paranoia.
E per chiudere il cerchio delle somiglianze, la prodigiosa pellicola che Stanley Kubrick, nel 1980, ha tratto dal romanzo dello scrittore di Portland si conclude con una scena molto simile a quella con cui termina “Repulsion”. Com’è che diceva Pablo Picasso? “I mediocri imitano, i geni copiano”.

26 gennaio 2013 in Repulsion

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Credo che, insieme a L'inquilino del terzo piano e a Rosemary's Baby, Repulsione possa costituire un trittico sulle declinazioni dell'ossessione e della paranoia.
Mentre negli altri due titoli, però, vi è una componente esoterica (vera o più o meno conclamata) che li avvicina molto di più al genere horror, in questo primo... continua a leggere » lungometraggio extra-polacco di Polanski la paura e la tensione sono generati esclusivamente da deviazioni della psiche umana, corrotta da eventi traumatici solo apparentemente sopiti.

Sono rimasta estremamente colpita dall'incosciente dualismo della protagonista, Carole, pienamente donna nella sua morbida e matura fisicità, eppure estremamente infantile nei gesti e nelle competenze (non sa assumersi responsabilità "da adulta", come la preparazione dei pasti o il pagamento dell'affitto, non tiene in ordine la propria stanza, non sembra mai pienamente consapevole della propria avvenenza e, in realtà, nonostante sia naturalmente elegante, non sa curare la propria persona).

Lo spettatore è inevitabilmente avvinto dal suo disagio, ravvisabile fin dai titoli di testa, in cui uno dei suoi occhi, fisso, è primo indizio di alienazione: gli spazi dell'appartamento in cui ella si muove, pur ampi e ariosi, e perfino le strade, così stranamente soleggiate, pur trattandosi di crocicchi londinesi, si chiudono su di lei come una morsa, quasi a simboleggiare la prigione mentale entro cui la protagonista sta progressivamente rinchiudendosi.

Con estrema maturità espressiva, Polanski usa in maniera magistrale la metafora del nido domestico, trasformandolo in carcere mentale e fisico, pericoloso ed infido, in cui le carni divengono putrescenti e tutto, dagli alimenti alla psiche, è destinato a deperire: questo versante simbolico raggiungerà piena espressione negli altri due titoli del trittico, ma qui sono presenti tutti gli elementi disturbanti della sua "filosofia domestica", vicini anziani ed impiccioni compresi (perfino in Frantic e Carnage ve n'è un accenno).

L'incapacità della protagonista di esprimere esplicitamente il proprio disagio (ella, al massimo, scuote il capo, prega come una bambina la sorella, si scusa o singhiozza) accentua la clausura psicologica verso cui sta dirigendosi: nessuno (forse) ha mai conosciuto i suoi traumi pregressi, nessuno potrebbe comprendere, ora, il suo malessere.
Un soggetto così vulnerabile è polo d'attrazione per molteplici tipologie maschili: dal laido profitattore (il padrone di casa), al playboy incuriosito dalla fragilità femminile facilmente soverchiabile (Calvin), fino all'uomo di mondo (l'amante della sorella) che, probabilmente, è l'unico ad intravedere e ad ammettere una disfunzione comportamentale palese (senza, peraltro, impegnarsi per porvi rimedio).

Il movimento di macchina conclusivo, strettissimo, soffocante, si conclude sull'ingrandimento di una foto che ritrae il viso stranamente diabolico di Carole bambina: la sua catatonia, palese già nell'infanzia, è estremamente inquietante e raggela lo spettatore più di qualsiasi altra trovata orrorifica.

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