Recensione su Repulsion

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M / 18 Giugno 2019 in Repulsion

Anatomia di un’ossessione: il viaggio di Polanski nella testa di una ragazza depressa, Carol, disgustata da un po’ tutto (uomini in primis) e con tendenze paranoidi proclivi alla follia è in realtà un viaggio che solo lambisce la mente delle protagonista, quasi come a dirci che entrare nella testa di un’altra persona è impossibile (che poi è la differenza tra la letteratura e il cinema: la prima viaggia nella testa dei suoi personaggi, il secondo guarda dall’esterno).
Film ossessivo sin dalla prima inquadratura, di quell’ossessione di cui il regista polacco si è fatto poi maestro, la pellicola è in realtà piuttosto diversa dal Polanski più celebre: più fredda, più flemmatica, sembra quasi un film di Antonioni, ma anziché descrivere l’alienazione che è di tutti gli uomini moderni descrive un’alienazione più personale e solitaria. Che riesca a restituire allo spettatore quello stesso senso di impotenza, disagio e angoscia e che si resti col fiato sospeso per il nulla succedere di buona parte del film è, chiaramente, il più grande pregio di un’opera rigorosissima nella forma, nel ritmo, nel gusto e che fa uno spettacolare uso del sonoro: c’è davvero da impazzire ascoltando il continuo alternarsi di ticchettii, scampanii e ronzi di mosche su un coniglio che si putrefà pian piano come la vita di Carol.

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