1950

Rashômon

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Rashômon
Rashômon

Ci troviamo nel Giappone antico, alle soglie della città di Kyoto. Nei pressi di una porta in rovina, nell'attesa che termini il temporale, un monaco, un boscaiolo e un viandante discutono del caso di un brigante, accusato di aver ucciso un samurai e di averne violentato la moglie. Vengono riferite le versioni contrastanti dei tre personaggi coinvolti più quella del boscaiolo, che era stato testimone dei fatti. Basato su due racconti di Akutagawa. Leone d'Oro a Venezia e Oscar come miglior film straniero.
mandelbrot ha scritto questa trama

Titolo Originale: 羅生門
Attori principali: Toshirō MifuneMachiko KyōMasayuki MoriTakashi ShimuraMinoru ChiakiKichijirô Ueda, Noriko Honma, Daisuke Katô
Regia: Akira Kurosawa
Sceneggiatura/Autore: Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto
Colonna sonora: Fumio Hayasaka
Fotografia: Kazuo Miyagawa
Produttore: Jingo Minoura, Masaichi Nagata
Produzione: Giappone
Genere: Orientale, Drammatico, Poliziesco, Thriller
Durata: 88 minuti

capolavoro / 1 Febbraio 2018 in Rashômon

Unico difetto: la peggior colonna sonora del mondo…

F come falso – Verità e menzogne / 12 Luglio 2016 in Rashômon

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dunque, cerchiamo di andare con ordine, anche se non è facile, dato che la vicenda è alquanto ingarbugliata. Mentre sta piovendo come Dio la manda, un monaco (Minoru Chiaki) e uno spaccalegna (Takashi Shimura) sono seduti sotto la Porta di Rashô, a Kyoto, con lo sguardo fisso nel vuoto, come se avessero la testa da tutt’altra parte. «Non capisco… proprio non capisco» dice il secondo continuando a fissare un punto indefinito davanti a sé. Nel frattempo arriva un uomo (Kichijiro Ueda), che cerca riparo dalla pioggia che continua a scendere impetuosa. Nell’attesa che spiova, il taglialegna e il religioso raccontano al viandante un tragico fatto avvenuto tre giorni prima: l’omicidio di un samurai, Takehiro Kanazawa (Masayuki Mori), il cui corpo privo di vita è stato trovato dal boscaiolo mentre questi si stava inoltrando nella foresta per fare legna. Attraverso una serie di flashback scopriamo che un brigante noto per la sua ferocia, Tajōmaru (Toshiro Mifune), sotto interrogatorio ha confessato di essere l’autore del delitto e, inoltre, di aver stuprato la moglie del defunto, Masako (Machiko Kyo).
Il caso, però, si è complicato quando quest’ultima ha affermato di essere stata lei ad uccidere suo marito, trafiggendolo con un pugnale intarsiato di perle, smentendo così la confessione del bandito. La faccenda è diventata ancora più confusa quando il morto, tramite una medium (Fumiko Honma), ha dato la sua versione dei fatti, sostenendo di essersi suicidato. Quindi, chi è il colpevole? Il malvivente? O la donna? Oppure il samurai si è ucciso con le sue mani? Il mistero si infittisce ulteriormente allorché la narrazione torna al presente e il boscaiolo rivela di aver visto con i suoi occhi che Tajōmaru e Takehiro, istigati da Masako, si sono sfidati in un lungo duello al termine del quale il primo ha ammazzato il secondo. Sarà vero, oppure il taglialegna sta mentendo un’altra volta, come quando ha detto di aver trovato casualmente il cadavere nella foresta? Insomma, a questo punto, a chi dobbiamo credere? Al brigante, alla donna, al samurai o al boscaiolo? L’impressione è che abbiano mentito tutti e quattro. Ognuno ha raccontato l’episodio come più gli facesse comodo. Perciò è meglio non credere a nessuno di loro.
Forse si potrebbe arrivare alla verità, o quantomeno a qualcosa che le si avvicini il più possibile, mettendo insieme i vari pezzi delle quattro storie, come se si dovesse comporre un puzzle, anche se è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso nelle dichiarazioni dei personaggi coinvolti nella morte del samurai. Come si fa a capire cosa sia veramente successo basandosi sulle affermazioni di persone così poco affidabili? La verità, per farla breve, è inafferrabile. Tutti dicono bugie. Tutti sono egoisti. Tutti pensano solo a se stessi e se ne fregano degli altri. L’unica cosa certa è che c’è un cadavere, ma chi sia il colpevole, non si sa. Non ci sono certezze, ma soltanto dubbi nel dodicesimo film di Akira Kurosawa, che firma la sceneggiatura a quattro mani con Shinobu Hashimoto e che prende le mosse da due racconti di Ryunosuke Akutagawa (1892 – 1927), “Rashōmon” (1915) e “Nel bosco” (1921), per fornire una visione pessimistica del mondo, precipitato in una spirale di bugie, che però nel finale si apre alla speranza, con lo spaccalegna che decide di prendersi cura di un neonato abbandonato dai suoi genitori, un gesto che al monaco restituisce un po’ di fiducia nel genere umano.
Dall’alto del suo genio, il maestro giapponese ci regala una formidabile lezione di cinema, realizzando un’opera perfetta, senza la benché minima sbavatura, talmente moderna e in anticipo sui tempi da sembrare uscita ieri, e che è stata fonte di ispirazione per intere generazioni di registi che l’hanno copiata, omaggiata e citata tante di quelle volte da perderne il conto (“Sotto la bandiera del Sol Levante”, 1972, di Kinji Fukasaku, “Omicidio in diretta”, 1998, di Brian De Palma e “Una separazione”, 2011, di Asghar Farhadi sono solo alcuni dei film che, probabilmente, non sarebbero mai esistiti senza “Rashōmon”, 1950). Mirabile la regia, con la cinepresa che segue i protagonisti nei tre luoghi in cui si svolge l’azione (la Porta di Rashô, la foresta e il cortile del tribunale) con movimenti incessanti e frenetici (come nella memorabile scena in cui il legnaiolo cammina nella selva e all’improvviso si imbatte nella salma del samurai), e splendido il cast, in cui svettano due volti ricorrenti nella filmografia di Kurosawa, Mifune e Shimura, scatenato e incontenibile il primo, controllato e misurato il secondo, ai quali si aggiungono l’eccellente Mori e l’affascinante ed enigmatica Kyo.
Vincitore, nel 1951, del Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, nel 1952, dell’Oscar per il Miglior Film Straniero, “Rashōmon” è un giallo avvincente e senza soluzione (al regista non interessa stabilire chi sia l’assassino, ma indagare la natura umana), un poliziesco appassionante in cui i punti di vista si moltiplicano vertiginosamente (la testimonianza del defunto, che sembra provenire da un horror, mette i brividi), un rompicapo raccontato a colpi di flashback (la struttura narrativa, basata sul tentativo di sciogliere il mistero intorno a cui gira l’intera trama, è mutuata da “Quarto potere”, 1941, di Orson Welles) che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine, affidandogli il compito di sbrogliare l’intricata matassa, rendendolo così partecipe della storia narrata. Il rifacimento in salsa western diretto da Martin Ritt nel 1964, intitolato “L’oltraggio”, con Paul Newman, Edward G. Robinson, Claire Bloom e Laurence Harvey, non si avvicina nemmeno lontanamente alla bellezza dell’originale, che rimane ineguagliabile.
Per rendere l’idea di quanto sia grande questo film, basti dire che Ingmar Bergman definì “La fontana della vergine” (1960), una delle pellicole più belle e significative del visionario autore svedese, «una miserabile imitazione di “Rashōmon”». Dopo aver girato questa pietra miliare, che tra i tanti meriti ebbe anche quello di rivelare al mondo il folgorante talento registico di Kurosawa e quello recitativo di Mifune, il cineasta nipponico si dedicò alla trasposizione cinematografica de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, con Mifune, Mori e Shimura ancora come protagonisti: ne venne fuori un altro film straordinario, che però fu massacrato dai produttori, che lo tagliarono brutalmente, lasciando il rimpianto di non poter vedere il film esattamente come lo aveva pensato e realizzato Kurosawa.

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La natura ambigua dell’uomo. / 6 Dicembre 2014 in Rashômon

Kurosawa, seguendo le ideali tracce segnate dai racconti di Akutagawa, mette a nudo l’indole umana, svelandone le ipocrite spoglie.
In un capolavoro del cinema mondiale, dove la teatralità del gesto assume i preminenti caratteri della parola, catturandoli, e rimanendoli impressi in quelli che oserei definire, funerei silenzi, vi è un’attenta e ponderata analisi della realtà, per come essa è percepita, e per come si figura in virtù di una sua spietata sopravvivenza. E come in ogni percezione questa cambia, conformandosi a seconda di un vissuto, e di un’esperienza, figlia anch’essa di un precedente elaborato mentale.
Il tutto rimanda alla concezione che si ha dell’essere umano, e della sua innata capacità di mentire, trasmessa nei secoli come sorta di capacità atta alla conservazione dello stesso. Ma vi è di più. Oltre il semplice bisogno di sopravvivenza, vi è la totale perdita di valori, d’impronta nichilista ( come quella data da Akutagawa nei suoi racconti ), ma che Kurosawa non ricalca, preferendo all’abisso anche un debole appiglio, come quello della speranza. E così, fra l’impenetrabilità dell’espressione umana, e l’infinito desiderio di sapere, si dipanano miriadi di emozioni, a cui non riusciamo a dare sempre un nome.

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19 Aprile 2013 in Rashômon

Rashomon è il film che ha fatto conoscere Kurosawa al mondo intero. Siamo nel 1950 e il regista era attivo già da qualche anno. Come uno scultore, il nostro ha scolpito un’opera che è rimasta negli annali. Non che all’inizio i produttori furono entusiasti della pellicola, infatti non valutandola buona, decisero di non distribuirla.
Ciononostante il film venne messo in circolazione, arrivando a Venezia dove viene premiata con un bel Leone d’oro. La trama riprende due racconti e vede come protagonisti oltre a Toshiro Mifune (sempre sia lodato) che interpreta un brigante di tutto rispetto, un boscaiolo, un monaco che ha perso la fede e la fiducia nel prossimo e un tizio qualsiasi. Questi ultimi tre si trovano a far proprio un’esperienza raccontata dal monaco stesso, durante una giornata di forte pioggia.
L’omicidio e lo stupro, questi sono i temi.
In un bosco si è tenuto l’omicidio di un uomo, lo stupro di sua moglie. Però ridurre la pellicola ad una mera storiella, tradimento-omicidio, è di una pochezza indescrivibile. Tant’è che Rashomon mostra come una vicenda sia interpretabile in modo diverso da persona a persona.
Pensate di essere in un moderno tribunale, dove sentiamo le parti. Ognuno viene ascoltato anzi interrogato, così avviene sia per lo stupratore che per la diretta interessata, la vittima.
Una specie di stregone cade in trance e parla a nome del marito ucciso, filo di collegamento dall’Aldilà. Naturalmente, ci sarete arrivati, le versioni fra loro sono incompatibili.
Agli occhi del brigante, egli stesso si è mosso da eroe, con coraggio, con forza, durezza, come un uomo, ha visto la donna, le era piaciuta, ha usato l’astuzia facendo prigioniero il marito ed ha “preso” quello che voleva. La donna come una preda, un feticcio. Sostiene di aver combattuto il marito ed aver vinto in modo formidabile. Oppure no ?
E la donna ? Fin quanto è vittima e preda e quanto invece vuole salvare la faccia (come ogni personaggio interessato all’evento del resto) ? E cosa c’è dietro lo sguardo del marito; come comportarsi durante e dopo l’accaduto ? A queste domande verrà data risposta ? Il punto è che ogni versione dei fatti potrebbe essere quella giusta o quella sbagliata, il clima che si respira nella pellicola è negativo, pessimista. Non ci si può fidare di nessuno o in alternativa questa affermazione diventa la domanda “su chi ci possiamo fidare ?”.
E’ particolare come nella pellicola lo spettatore (almeno io xD) cerchi la verità. Più cerca la verità più ci si allontana, un po’ come avviene nel combattimento fra Il brigante e il marito tradito/ferito nell’orgoglio. Infatti nel combattimento (quello vero) dei due, non c’è nulla di epico, non è come racconta il personaggio interpretato da Mifune. E’ fatto di spade che tremano, rincorse, distanze, corse e cadute.
Un clima pesante che si alleggerisce con un evento nelle scene finali, una positività ritrovata a causa di un infante abbandonato.
DonMax

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24 Marzo 2013 in Rashômon

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Film di Kusosawa, kurosawissimo, a budget ridicolo, con otto attori e tre sfondi. Le tre voci narranti, che si trovano alla porta di Rasho, dove piove sempre, e per passare il tempo riflettono sulla relatività dei casi umani. I tre personaggi – tra cui super Toshiro Mifune aka il bandito Tajomaru – di cui si racconta la storia, in parte immersi in una foresta dove la luce del sole filtra tra gli alberi e si è compiuto un omicidio, in parte seduti sul pavimento di un posto di polizia (che mica è Perry Mason qua, siam japu e ci sediam per terra, quindi la scenografia è il pavimento della stanza e basta) e interrogati, a dare la loro versione dell’accaduto.
Quale versione è più vera delle altre? Oppure: come di può scegliere di chi fidarsi, se ognuno ha la sua verità?
Fu il primo film trasmesso in televisione dalla RAI (che allora si chiamava EIAR) dopo la sua nascita nel 1954.

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