Recensione su Rashômon

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F come falso – Verità e menzogne / 12 Luglio 2016 in Rashômon

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dunque, cerchiamo di andare con ordine, anche se non è facile, dato che la vicenda è alquanto ingarbugliata. Mentre sta piovendo come Dio la manda, un monaco (Minoru Chiaki) e uno spaccalegna (Takashi Shimura) sono seduti sotto la Porta di Rashô, a Kyoto, con lo sguardo fisso nel vuoto, come se avessero la testa da tutt’altra parte. «Non capisco… proprio non capisco» dice il secondo continuando a fissare un punto indefinito davanti a sé. Nel frattempo arriva un uomo (Kichijiro Ueda), che cerca riparo dalla pioggia che continua a scendere impetuosa. Nell’attesa che spiova, il taglialegna e il religioso raccontano al viandante un tragico fatto avvenuto tre giorni prima: l’omicidio di un samurai, Takehiro Kanazawa (Masayuki Mori), il cui corpo privo di vita è stato trovato dal boscaiolo mentre questi si stava inoltrando nella foresta per fare legna. Attraverso una serie di flashback scopriamo che un brigante noto per la sua ferocia, Tajōmaru (Toshiro Mifune), sotto interrogatorio ha confessato di essere l’autore del delitto e, inoltre, di aver stuprato la moglie del defunto, Masako (Machiko Kyo).
Il caso, però, si è complicato quando quest’ultima ha affermato di essere stata lei ad uccidere suo marito, con un pugnale intarsiato di perle, smentendo così la confessione del bandito. La faccenda è diventata ancora più confusa quando il morto, tramite una medium (Fumiko Honma), ha dato la sua versione dei fatti, sostenendo di essersi suicidato. Quindi, chi è il colpevole? Il malvivente? O la donna? Oppure il samurai si è ucciso con le sue mani? Il mistero si infittisce ulteriormente allorché la narrazione torna al presente e il boscaiolo rivela di aver visto con i suoi occhi che Tajōmaru e Takehiro, istigati da Masako, si sono sfidati in un lungo duello al termine del quale il primo ha ammazzato il secondo. Sarà vero, oppure il taglialegna sta mentendo un’altra volta, come quando ha detto di aver trovato casualmente il cadavere nella foresta? Insomma, a questo punto, a chi dobbiamo credere? Al brigante, alla donna, al samurai o al boscaiolo? L’impressione è che abbiano mentito tutti e quattro. Ognuno ha raccontato l’episodio come più gli facesse comodo. Perciò è meglio non credere a nessuno di loro.
Forse si potrebbe arrivare alla verità, o quantomeno a qualcosa che le si avvicini il più possibile, mettendo insieme i vari pezzi delle quattro storie, come se si dovesse comporre un puzzle, anche se è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso nelle dichiarazioni dei personaggi coinvolti nella morte del samurai. Come si fa a capire cosa sia veramente successo basandosi sulle affermazioni di persone così poco affidabili? La verità, per farla breve, è inafferrabile. Tutti dicono bugie. Tutti sono egoisti. Tutti pensano solo a se stessi e se ne fregano degli altri.
L’unica cosa certa è che c’è un cadavere, ma non si sa chi sia il colpevole. I dubbi la fanno da padrone nel dodicesimo film di Akira Kurosawa (anche sceneggiatore con Shinobu Hashimoto), che prende le mosse da due racconti di Ryunosuke Akutagawa (1892-1927), “Rashōmon” (1915) e “Nel bosco” (1921), per fornire una visione pessimistica del mondo, precipitato in una spirale di bugie, che però nel finale si apre alla speranza, con lo spaccalegna che decide di prendersi cura di un neonato abbandonato dai suoi genitori, un gesto che al monaco restituisce un po’ di fiducia nel genere umano.
Dall’alto del suo genio, il maestro giapponese ci regala una formidabile lezione di cinema, realizzando un’opera perfetta, senza la benché minima sbavatura, talmente moderna e in anticipo sui tempi da sembrare uscita ieri, e che è stata fonte di ispirazione per intere generazioni di registi che l’hanno copiata, omaggiata e citata tante di quelle volte da perderne il conto (“Sotto la bandiera del Sol Levante”, 1972, di Kinji Fukasaku, “Omicidio in diretta”, 1998, di Brian De Palma e “Una separazione”, 2011, di Asghar Farhadi sono solo alcuni dei film che, probabilmente, non sarebbero mai esistiti senza “Rashōmon”, 1950).
Mirabile la regia, con la cinepresa che segue i protagonisti nei tre luoghi in cui si svolge l’azione (la Porta di Rashô, la foresta e il cortile del tribunale) con movimenti incessanti e frenetici (come nella memorabile scena in cui il legnaiolo cammina nella selva e all’improvviso si imbatte nella salma del samurai), e splendido il cast, in cui svettano due volti ricorrenti nella filmografia di Kurosawa, Mifune e Shimura, scatenato e incontenibile il primo, controllato e misurato il secondo, ai quali si aggiungono l’eccellente Mori e l’affascinante ed enigmatica Kyo.
Vincitore, nel 1951, del Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, nel 1952, dell’Oscar per il Miglior Film Straniero, “Rashōmon” è un giallo avvincente e senza soluzione (al regista non interessa stabilire chi sia l’assassino, ma indagare la natura umana), un poliziesco appassionante in cui i punti di vista si moltiplicano vertiginosamente (la testimonianza del defunto, che sembra provenire da un horror, mette i brividi), un rompicapo raccontato a colpi di flashback (la struttura narrativa, basata sul tentativo di sciogliere il mistero intorno a cui gira l’intera trama, è mutuata da “Quarto potere”, 1941, di Orson Welles) che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine, affidandogli il compito di sbrogliare l’intricata matassa, rendendolo così partecipe della storia narrata. Il rifacimento in salsa western diretto da Martin Ritt nel 1964, intitolato “L’oltraggio”, con Paul Newman, Edward G. Robinson, Claire Bloom e Laurence Harvey, non si avvicina nemmeno lontanamente alla bellezza dell’originale, che rimane ineguagliabile.
Per rendere l’idea di quanto sia grande questo film, basti dire che Ingmar Bergman definì “La fontana della vergine” (1960), una delle pellicole più belle e significative del visionario autore svedese, «una miserabile imitazione di “Rashōmon”». Dopo aver girato questa pietra miliare, che tra i tanti meriti ebbe anche quello di rivelare al mondo il folgorante talento registico di Kurosawa e quello recitativo di Mifune, il cineasta nipponico si dedicò alla trasposizione cinematografica de “L’idiota” (1869) di Fëdor Dostoevskij, con Mifune, Mori e Shimura ancora come protagonisti: ne venne fuori un altro film straordinario, che però fu massacrato dai produttori, che lo tagliarono brutalmente, lasciando il rimpianto di non poter vedere il film esattamente come lo aveva pensato e realizzato Kurosawa.

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