Recensione su Rashômon

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La natura ambigua dell’uomo. / 6 Dicembre 2014 in Rashômon

Kurosawa, seguendo le ideali tracce segnate dai racconti di Akutagawa, mette a nudo l’indole umana, svelandone le ipocrite spoglie.
In un capolavoro del cinema mondiale, dove la teatralità del gesto assume i preminenti caratteri della parola, catturandoli, e rimanendoli impressi in quelli che oserei definire, funerei silenzi, vi è un’attenta e ponderata analisi della realtà, per come essa è percepita, e per come si figura in virtù di una sua spietata sopravvivenza. E come in ogni percezione questa cambia, conformandosi a seconda di un vissuto, e di un’esperienza, figlia anch’essa di un precedente elaborato mentale.
Il tutto rimanda alla concezione che si ha dell’essere umano, e della sua innata capacità di mentire, trasmessa nei secoli come sorta di capacità atta alla conservazione dello stesso. Ma vi è di più. Oltre il semplice bisogno di sopravvivenza, vi è la totale perdita di valori, d’impronta nichilista ( come quella data da Akutagawa nei suoi racconti ), ma che Kurosawa non ricalca, preferendo all’abisso anche un debole appiglio, come quello della speranza. E così, fra l’impenetrabilità dell’espressione umana, e l’infinito desiderio di sapere, si dipanano miriadi di emozioni, a cui non riusciamo a dare sempre un nome.

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