22 maggio 2015

Un film interessante e profondo, che fa riflettere sull’uomo e sul tema del male.
La vita di un monaco buddista in un eremo situato in un suggestivo laghetto di una valle di montagna trascorre scandita dalla metafora delle stagioni: la primavera è l’infanzia, incantata e gioconda; l’estate è l’adolescenza, la stagione degli amori e delle passioni; l’autunno è la maturità delle passioni che sfociano nel delitto; l’inverno è la maturità avanzata, quella del pentimento e dell’espiazione.
Per tornare ad una nuova primavera, ad una nuova vita che si affaccia, mentre per un’altra comincia l’inesorabile crepuscolo.
Diversi temi sono affrontati in questa pellicola di Kim Ki-duk, che oltre ad averla diretta l’ha anche scritta e interpretata (è il monaco adulto dell’inverno): l’educazione, prima di tutto, e non soltanto quella monastica ma intesa in un’accezione più ampia; le passioni, positive e negative, generate dai sentimenti e dalla vita mondana; la ciclicità dell’esistenza con il tema buddista della reincarnazione.
E non ultima la natura, che funge da splendida e suggestiva ambientazione ma anche e soprattutto da contesto nell’ambito del quale si svolgono le vicende umane. Il rispetto per le creature animali, che viene insegnato al fanciullo, è emblematico non solo per il tema della reincarnazione (aspetto che verrà alla luce soltanto in seguito), ma è un generale insegnamento di rispetto per la vita.
Nota dolente di questo film, da un punto di vista tecnico: una fotografia opaca, insatura, che non esalta la potenzialità dell’immagine soprattutto con riferimento al tema delle stagioni.

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