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Recensione su Milano odia: la polizia non può sparare

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Un film seminale, una violenza fondamentale… / 21 ottobre 2014 in Milano odia: la polizia non può sparare

Nel panorama vastissimo del cinema di genere italiano, pregno di opere eccezionali ed iconiche, ma di altrettante pellicole alquanto discutibili e di poco valore, “Milano Odia: la polizia non può sparare” si guadagna senza dubbio alcuno quel posto d’eccezione riservato ai grandi cult, quelle opere che più di altre sono riuscite a parlare attraverso il genere di un periodo di piombo, violento, esasperato, perverso ed affascinante come gli anni ’70. Il film in questione è forse tra i titoli più violenti del periodo, un concentrato di bestialità atroci, un coraggioso esempio di crudo cinema nostrano che non si ferma davanti a nulla e mostra, ecco la parola chiave, mostra letteralmente quello che non vorremmo mai vedere, mostra ciò che è la violenza e ciò che sono le persone che vivono ai margini della società, criminali feroci, drogati, sadici e sociopatici, prodotto forse di una società in rapida evoluzione, figlia di quella crescita industriale sfrenata che taglia fuori una consistente fetta di proletariato.
La coppia Umberto Lenzi/Tomas Milian da qui vita al film più viscerale del loro sodalizio, entrambi, nei rispettivi ruoli, erano al massimo della forma espressiva e creativa, miscelando così una regia esplosiva e sanguigna con un’intrpretazione malvagia e virtuositica, difficilmente dimenticabili e forse mai più eguagliate. Milian spadroneggia nel ruolo del bestiale Giulio Sacchi, un antieroe spregevole, un individuo miserabile e indegno, talmente folle da passare inosservato sia alla società che alla criminalità, egli è infatti un pesce piccolo, ai margini non solo del mondo normale ma anche di quello criminale, dal quale è sbeffeggiato e ridicolizzato, forse l’elemento scatenante per la sua “evoluzione criminale” che altro non è se non la sua verticale “involuzione umana”. L’attore sottrae al personaggio qualsivoglia umanità, lo rende un esemplare misantropo, sessualmente ambiguo, misogino, drogato (sul set Milian fece sul serio uso di stimolanti di ogni genere per rendere credibile l’inerpretazione) a volte caricaturale ma sempre credibile, plausibile con l’andatura di una sceneggiatura crepuscolare ed inesorabile. La regia di Lenzi alterna momenti di azione pura, l’inizio esplosivo dopo i titoli di testa, sulle note dello splendido ‘Main Theme’ firmato dall’onnipresente Ennio Morricone, con altri di autentica suspense, come la sequenza ineccepibile nella villa di campagna, una scena avvincente e violentissima, entrata di diritto negli annali del cinema di genere, una scena a tratti quasi più vicina a delle atmosfere horror più che noir.
“Milano odia” è, nella fimografia di entrambi, un’autentica chicca, un gioiellino tutto italiano che dà lustro al nostro cinema come alle splendie carriere di Milian e Lenzi, un’opera, come in precedenza accennato, in grado, più di altre, di parlare di un periodo, gli anni ’70, senza troppo moralismo, un periodo difficile, contraddittorio, frenetico, nel quale la violenza finisce per mettere sullo stesso identico piano sia polizia che criminalità, livella le parti, accorpandole in un vortice di pessimiso cronico. Emblematico in questo senso il nerissimo finale. Nel ruolo (marginale) del commissario troviamo il “cattivo” per antonomasia Henry Silva, qui finito dalla parte del bene, alla sceneggiatura Ernesto Gastaldi.
Perdonate l’assenza della trama, la potete trovare ovunque, ma guardate il film per chi non lo avesse già fatto.

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