Recensione su Mia madre

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22 aprile 2015

Il film di Nanni Moretti parla di molte cose e lo fa in modi diversi. Per quanto riguarda ciò che concerne il titolo, esplora il momento in cui una madre sta per spegnersi: il tono è pacato, rifiuta la teatralità o il pathos che dà adito a moralismi o facili sentimenti, e l’empatia con lo spettatore è sottile, ma non sottile per essere provocatorio, sottile per essere sottile. È un moto continuo fatto di atteggiamenti e riflessioni che disegnano un certo tipo di metodo cinematografico, che si concreta subito in atmosfera e contenuto, quello tipico morettiano di rifiuto della mistificazione, critica della teatralità che spettacolarizza il significato. Laddove invece la sobrietà diventa citazione è nei dialoghi più politici o riguardo alla professione, e la battuta diventa rimando colto, pur rifiutando sempre l’artificio. Fanno un po’ fatica queste “due anime del sottile” a convivere nello stesso film, ed emergono di conseguenza due spinte antitetiche che sembrano invadersi a vicenda, disturbandosi.
Vi è un altro punto debole nel film: il protagonista. Margherita ci viene più di una volta descritta dai personaggi di contorno come una persona difficile, dotata di un carattere che ne compromette i rapporti. Ciò che lo spettatore vede, invece, è quasi precisamente il contrario, e la Buy non dà mai il sospetto di interpretare una donna che non sia accondiscendente, premurosa, paziente. Questa incoerenza emerge quasi come una svista, una mancata presa di coscienza del regista che si dimentica di porsi nei panni dello spettatore, creando una grave incongruità, l’autocritica forzata che sarebbe stata meglio, in questo caso, evitare. Moretti dà per scontata una trasmutazione del sé che invece non lo è, regalando piani di lettura al di fuori del contesto filmico che però non trovano giustificazione nel girato. Altri personaggi inoltre vivono solo per confermare ciò che doveva mostrarsi in altro modo (Vittorio, l’ex compagno di Margherita, presente solo per mal criticare la protagonista) o assumono ruoli di cui a fine visione, ancora, ci si chiede la motivazione (la figlia Livia compare a metà film e, nonostante una buona recitazione, non riesce a ritagliarsi in sceneggiatura una funzione contributiva ai fini dello sviluppo narrativo).
Si pone ben presto la questione del rapporto tra realtà e cinema, la cui lente di confronto è il regista Moretti. Il film nel film che Margherita sta dirigendo incespica, è palesemente artificioso, pretestuoso nella riproposizione di tematiche sociali seppur ancora attuali da tempo soppiantate: la lotta di classe è come un vecchio libro da ristampare ma che non ha null’altro da aggiungere al già detto. Il vizio, la falsità del cinema è arrivata ad essere scomoda e si è impossessata della realtà per coloro i quali ne hanno fatto un lavoro; “bring me back to reality” urla Huggins (John Turturro) nel passaggio più esplicito, o Margherita che in più di un’occasione rimprovera i truccatori, come a prendersela contro la mistificazione di cui, però, lei stessa è artefice consapevole. È un messaggio chiaro, per chi conosce Moretti, di rivendicazione contro se stesso e il suo mestiere di regista, che su tutto posa un velo di responsabilità sociale o morale. È questa la riflessione più preziosa del film, oltre al rapporto madre-figlia su cui il regista riesce a dire quel poco che basta da creare l’empatia necessaria allo spettatore per far nascere gli allacci emotivi al proprio vissuto reale, in relazione a ciò che nella pellicola è sempre, e ancora, sottilmente affrontato.

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