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Recensione su Mad Max: Fury Road

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Il futuro (che non c’è) appartiene ai folli / 20 maggio 2015 in Mad Max: Fury Road

L’ultimo lavoro di George Miller è un’opera che si destreggia abilmente nel vasto panorama dei film d’azione odierni. Ed è paradossale ciò, considerando che a conti fatti il film non è altro che un reboot della popolare saga creata dallo stesso regista negli anni ’80.
Il futuro apocalittico ideato da Miller è tanto desolante quanto terribilmente possibile. Un mondo dove la natura sembra essersi definitivamente ribellata alla mano prepotente ed egoista dell’uomo, costringendolo ad una vita estrema, letteralmente da sopravvissuto. Una vita dove cibo e acqua scarseggiano, la società civile è andata a farsi benedire e le ultime tecnologie rimaste (tra cui veicoli possenti, rombanti e pesantemente modificati per rendere possibile l’eterno peregrinare nel deserto) sembrano l’ultima testimonianza di un passato che probabilmente non tornerà più.
Ma il film di Miller non funziona principalmente per un’ambientazione distopica cupa e affascinante. Mad Max: Fury Road funziona per il più semplice dei motivi: ha ritmo. Tanto ritmo. Un ritmo serratissimo, che “attacca” lo spettatore e lo costringe ad una sorta di brutale apnea. Un susseguirsi di scene d’azione che, nonostante il tono volutamente chiassoso, non sembrano affatto montate con il semplice scopo di “far casino”. Anzi, ogni sequenza sembra quasi voler suggerire una naturale conseguenza della scena precedente e il suo altrettanto naturale svolgersi.
Nulla da dire quindi a Miller, che è riuscito a rendere attuale il suo stesso racconto. Ed è riuscito a farlo divertendo molto lo spettatore.
E nulla da dire nemmeno ai due interpreti, Charlize Theron e Tom Hardy (che ha sì poche battute, ma riesce lo stesso ad apparire molto convincente).

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