Recensione su Lavorare con lentezza

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I sogni, le speranze e le illusioni dei giovani degli anni Settanta raccontati a ritmo di rock / 8 Giugno 2011 in Lavorare con lentezza

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Come si fa a parlar male di un film nella cui colonna sonora figura una pietra miliare del calibro di “Song to the Siren” di Tim Buckley? E’ impossibile, ovviamente. Sarebbe tuttavia ingiusto, oltre che sbagliato, limitare i meriti del film di Guido Chiesa esclusivamente a questo fatto. Perché “Lavorare con lentezza” è davvero un bel film. Finalmente un film italiano sui giovani che riesce ad evitare (quasi) tutti gli stereotipi sulla suddetta categoria. “Lavorare con lentezza” è un’opera corale che parla di ragazzi che stanno per varcare, conradianamente, “la linea d’ombra”, ovvero quella linea invisibile che segna il confine tra la fine della giovinezza e l’inizio dell’età matura. La storia si svolge nella Bologna degli anni Settanta (per la precisione a cavallo del biennio ’76\’77), e i giovani del film di Chiesa sono confusi, smarriti, perché non sanno bene cosa fare del proprio futuro. Di una cosa, però, sono certi: non vogliono che nessuno dica loro cosa debbono o non debbono fare. Vogliono essere liberi, i ragazzi, liberi di poter fare qualsiasi cosa passi loro per la testa. Basta coi padroni prepotenti e arroganti, che pretendono di comandare le persone a bacchetta. Nessuno ha il diritto di dire a qualcun altro fai questo o fai quello. Ognuno deve poter vivere liberamente: libertà di pensiero e di parola, questo è il sogno dei giovani italiani degli anni Settanta. I quali scelgono di fondare clandestinamente una radio filo-marxista, Radio Alice, nella quale tutti possono sfogare la propria rabbia; una radio libera, quella appena citata, dallo spirito anticonformista, senza regole precise da seguire, tranne quella che impedisce di suonare musica commerciale.
Nel film, la storia della nascita di Radio Alice (bella l’idea di raccontarla attraverso sequenze stile cinema muto) si intreccia con quella di due ragazzi, Sgualo e Pelo, fancazzisti nati, perennemente alla ricerca di soldi, che per guadagnare un po’ di danaro decidono di accettare un lavoro sporco offerto loro da un losco trafficante, Marangon, che consiste nello scavare un tunnel nelle fogne della città affinché in un secondo momento una banda di ladri – alle dipendenze del criminale di cui sopra – possa poi arrivare tramite di esso direttamente alla Cassa di Risparmio.
Contemporaneamente assistiamo alle traversie di un frustrato tenente dei carabinieri, Lippolis, che tenta in ogni modo di arrestare il succitato contrabbandiere con il quale ha un vecchio conto in sospeso. Al momento del dunque, però, il tenente dovrà rinunciare ai suoi propositi di vendetta.
Chiesa segue bene le varie vicende, facendole intrecciare l’una coll’altra senza squilibri, e così facendo, tra dramma e commedia, compone un bell’affresco su di un’epoca tumultuosa della storia recente del nostro Paese. “Lavorare con lentezza” si fa apprezzare particolarmente perché riesce a catturare, senza scadere nella retorica, la rabbia, le speranze, i sogni, le illusioni e le inevitabili disillusioni di chi ha creduto, anche soltanto per un attimo, di poter cambiare il mondo. Certo, alla fine il sapore della sconfitta per i giovani protagonisti sarà alquanto amaro, ma almeno loro, a differenza delle generazioni future, quelle ammorbate dalla televisione-spazzatura, potranno dire di aver provato a cambiare le cose, anche mettendo a rischio la loro stessa vita. Nel film, fortunatamente, non ci sono le menate sentimentali a cui ultimamente ci ha abituato troppo cinema italiano; da rimarcare, poi, che i personaggi di “Lavorare con lentezza” – sia i secondari che i principali – hanno un bello spessore, grazie alla buona sceneggiatura curata dal collettivo Wu Ming, e gli attori che li interpretano hanno tutti le facce giuste.
Nella colonna sonora, oltre alla già citata meraviglia di Tim Buckley, compaiono altri due capolavori della musica rock: “Peaches en Regalia” di Frank Zappa e “Land” di Patti Smith. Da segnalare, infine, la breve apparizione degli Afterhours, che in una scena interpretano “Gioia e rivoluzione” degli Area, il mitico gruppo di Demetrio Stratos.

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