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Recensione su L'angelo sterminatore

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L’angelo sterminatore: repetita iuvant / 27 maggio 2015 in L'angelo sterminatore

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Metaforico e simbolista all’ennesima potenza (e, per questo, a mio parere, paradossalmente troppo esplicito), qui Buñuel si diverte a prendere a pesci in faccia un paio delle figure sociali che maggiormente fatica a sopportare: la borghesia ed il clero.

L’immobilismo mentale del ceto medio e/o arricchito corrisponde all’incapacità fisica di uscire sia da una stanza che dalle convenzioni create in secoli di codici comportamentali giudicati anacronistici e vacui.
Al contempo, questa barriera invisibile impedisce che, dall’esterno, si possa violare il regno borghese, la sua apparente solidità, i suoi schemi.
Eppure, come viene mostrato nel film, basta poco perché l’irreprensibilità, la “giustizia”, i codici etici e morali possano smettere di funzionare, a favore di un costante e progressivo degrado del corpo e della psiche. E, allora, al desiderio di far parte di un’accolita d’élite, subentra la repulsione nei suoi confronti.
L’indigenza assimila gli uomini. Ed è nel momento di massima crisi che i protagonisti comprendono che, forse, collaborando, una soluzione (per quanto assurda) è prossima.

E se, in un primo momento, sono le lusinghe dorate della vita agiata ad imprigionare ed accecare i convenuti, è, poi, la Chiesa a costringerli nuovamente in una condizione di convivenza forzata ed indesiderata.
In questo senso, il gruppo di pecorelle che attraversa il sagrato per entrare nell’edificio, le cui campane suonano stonate, è un’immagine semplice, ma ridicolmente efficace.

Bello il gioco della ripetizione apprezzato e spesso adottato, come in questo caso, da Buñuel: aumenta l’atmosfera da fiaba truce che sottende la storia.

Nota: la seconda metà del film mi è parsa inesorabilmente più cupa, punteggiata da foschi tratti di negromanzia spicciola e da dettagli surreali e disturbanti come quello della mano mozza che, risalendo e tastando lascivamente il petto di una delle convitate, tenta poi di strozzare la donna.

8 commenti

  1. paolodelventosoest / 28 maggio 2015

    Sono curioso di vederlo, è certamente il mio prossimo Bunuel. Un simbolista che Fellini je fa un baffo 🙂

    • Stefania / 28 maggio 2015

      @paolodelventosoest: conosco troppo poco Fellini per fare un confronto tra il suo uso del simbolismo e quello di Buñuel.
      Certo è che, facendo un confronto tra la filmografia dell’uno e dell’altro che conosco, hanno diversi punti in comune, pur declinati diversamente, come quelli del sogno e del corpo femminile.

  2. paolodelventosoest / 28 maggio 2015

    Dunque @Stefania ti dirò che non c’è molta aderenza se vogliamo cercare un parallelo tra i simboli dei due registi. E’ più il significante, l’uso quasi smodato dello strumento della simbologia che li accomuna; forse però l’idea di una chiesa idolatra e stucchevole con i suoi chierici e le sue grottesche processioni, ripensandoci… beh, qui in effetti troviamo un gran bel trait d’union!

    • Stefania / 28 maggio 2015

      @paolodelventosoest: riflettendoci… davvero, in Fellini, si può parlare di simboli e non di simulacri? Ripeto, conosco poco la filmografia di F., però, con quei film alla mano (che, a questo punto, ti dico: 8 1/2, La dolce vita, La strada, Amarcord, I vitelloni, l’episodio di Boccaccio ’70), mi sembra (forse, a torto) che F. usasse alcune “figure” come segni e non come simboli (non so se sono riuscita a spiegarmi).
      Oltre a sublimare spesso il messaggio dei suoi film all’interno di un linguaggio disseminato di simboli veri e propri, invece, mi pare che Buñuel usasse determinati oggetti inanimati o “distaccati” dai corpi (es. le gambe femminili) in maniera simbolista, nel più stretto senso del termine, come (per dire) un pittore di nature morte rinascimentali. Il che, tra l’altro, è un concetto quantomai surrealista .
      Ci sono dei momenti, anche in questo film, in cui i gesti dei personaggi sembrano dettati da una sorta di scrittura automatica. Ripenso all’agnello bendato, al coltello… In un’intervista, B. dice che la sequenza non era stata pianificata, in scena c’erano l’arma, il fazzoletto, l’agnello: gli attori hanno quasi improvvisato, eppure molti critici hanno voluto vedervi (e come dargli torto, conoscendo B.?) un simbolo, cioé la religione (l’agnello) e la bestemmia (il coltello). Quando vedrai il film, potresti stupirti anche tu di quanto possa sembrare plausibile un ragionamento del genere 😉

  3. paolodelventosoest / 29 maggio 2015

    Non mi addentrerò in un dibattito segni-simboli perchè non ne ho molta voglia, nè sarei capace di stare in piedi fino all’ultimo round 😀 Ad ogni modo, facendo dei contorni grossolani possiamo notare che il “simbolo” ha una poliedricità tale da risultare molto più affine al fantasioso immaginario felliniano rispetto all’ineludibilità del segno. Il simbolo rappresenta l’invisibile attraverso il visibile, il segno è semplice e immediatamente deducibile. Pensa al finale de ‘La dolce vita’, al molle mostro marino adagiato sulla spiaggia davanti a una folla variegata (con immancabili rappresentanti ecclesiastici, che sì, nel caso diventano ‘segni’ molto immediati), oppure al ballo sfrenato della gigantessa in 8 e 1/2. E perchè no, pensiamo proprio alla simbologia della spiaggia stessa, evocata in quasi tutti i suoi film. Vabbè, ma so’ pure questioni pè filosofi, la mia filosofia la trovi al Lidl in confezione sconto famiglia…

    • Stefania / 29 maggio 2015

      @paolodelventosoest: la mia è ancora più spicciola e di solito non mi piacciono le questioni di lana caprina.
      Quello che intendo dire (e, più che altro, sto riflettendo a voce alta), però, forse usando male i termini, è che B. usa molto spesso degli oggetti a cui attribuisce, valore simbolico: ho come l’idea che lui tenda a scomporre la scena in elementi, in oggetti dal valore simbolista (simboli a cui lui attribuisce un significato che, probabilmente, non è univoco, né riconosciuto: si sta divertendo, a modo suo) ed è per questo che parlavo di quadro rinascimentale.
      A questo punto, dopo B., dovrò approfondire F., perché è inutile che mi metta a parlare di un argomento che conosco troppo poco 🙂

  4. paolodelventosoest / 29 maggio 2015

    Beh ti confesso, io adoro parlare di argomenti che conosco troppo poco! 😛
    (comunque, insomma, ne hai visti di Fellini!)

    • Stefania / 29 maggio 2015

      @paolodelventosoest: eh, ma li ho visti da pischelletta, perlopiù… è trascorso un po’ di tempo e, forse, ora, probabilmente, ho qualche strumento cognitivo in più per apprezzarli/comprenderli.

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