?>Recensione | La vita è bella | Senza titolo

Recensione su La vita è bella

/ 19978.41457 voti

17 marzo 2013

Buongiorno principessa, spero che per te lo sia davvero, perché per me lo sarà di certo. Da quando ti ho vista quella mattina non ho fatto altro che pensare a te, ogni istante della mia vita, da quando la mattina apro gli occhi a quando la sera li chiudo, e poi, ti sogno ogni notte. Avevo paura di parlare con te, ma poi ho scoperto che invece era meraviglioso farlo. So che non potrò essere il tuo principe, ma sono felice anche solo di sapere che esisti, quindi… buongiorno principessa.

Le musiche di Nicola Piovani potrebbero riassumere tutto il film. Lo stile del compositore lo conosciamo bene, essendo stato l’autore di musiche già per Nanni Moretti (“Caro Diario” e “La messa è finita”) e Federico Fellini (“La voce della luna”). Si passa velocemente da accenni di musica leggiadra, limpida, serena, a sprazzi di musica drammatica, una serie di sensazioni che solo il pianista sa dare. E forse è anche così “La vita è bella”, il film più famoso di Roberto Benigni, quello che lo ha consacrato come nome di spicco della cinematografia italiana, europea e mondiale. Nel film assistiamo gradualmente ad un rovesciamento e paradossalmente allo stesso tempo allineamento di due differenti storie, eppure unite da un filo conduttore unico. L’amore. L’amore per una donna, che è quello che muove la prima delle due parti dell’opera, la donna è Dora, una splendida ma impacciata Nicoletta Braschi, insegnante in una scuola elementare, di cui Guido/Benigni, è follemente innamorato. Innamorato a tal punto che farà qualunque cosa pur di rimanerle vicino, pur di tentare di farle capire i suoi sentimenti, fino a che lei capirà, ricambierà e i due si sposeranno. Questa prima parte è forse la migliore del film: è invasa da un’aura magica, di completa meraviglia, dono tranquillità, trasmette in un certo modo, un senso di dolcezza assoluta, né troppo mielosa, né troppo aggressiva, dolcezza al punto giusto. La storia è quella, tipica, di un uomo povero che si innamora di una donna che si sta per sposare con un uomo ricco, che per giunta, odia questo uomo povero. Anzi, l’odio è reciproco. Ma alla fine, anche il personaggio che prende le sembianze dell’antagonista nella storia d’amore deve arrendersi all’amore stesso, e alla dolcezza. E’ pieno di dolcezza il personaggio di Guido, un giovane ebreo che si trova ad Arezzo. Il Benigni attore riscatta completamente le sue inevitabili pecche da regista, riuscendo a trasfigurare la sua solita maschera da saltimbanco, che è comunque immancabile, rendendola più idonea al contesto trattato, specialmente nella seconda parte del film. Seconda parte che narra della deportazione in un lager nazista di Guido e di suo figlio Giosuè, nato, naturalmente, da Dora. E qui avviene, l’ormai celeberrima, recita di Guido, che dovrà fingere che tutto l’orrore dell’Olocausto e dei campi di concentramento sia solo un gioco, per rendere il tutto meno duro e traumatizzante per il bambino. Anche qui l’amore è quello che tiene in gioco tutta la recita: l’amore per il proprio figlio, il voler evitare di renderlo esposto ai pericoli di cotanta perfidia e idiozia umana. Il volerlo in un certo senso proteggere. Una scommessa vincente il sesto film di Benigni: tentare la carta del tragicomico, con una sceneggiatura originale, anche se riprende in un certo senso, sia nei toni che nelle ambizioni, la recitazione di Charlie Chaplin, tragica e comica insieme. Viene da pensare ad esempio, che so, a “Il Grande Dittatore”, che è un capolavoro proprio di tragicommedia artistica. Ma naturalmente non si debbono fare paragoni assurdi, anche perché il film di Benigni ne uscirebbe completamente distrutto. “La Vita è Bella” è un esperimento interessante e riuscito da parte del regista, che rischia anche moltissimo nel repentino cambio di storia, di tono, di luci, passando da una storia patinata, da sogno, come quella d’amore con Dora, a una di morte, di distruzione come quella nel lager tedesco. Da notare la sensibilità artistica con cui Benigni accompagna tutta la seconda parte della storia, e la leggerezza, che non va confusa con superficialità, con cui fa passare tutto l’orrore dell’Olocausto, rendendo gli spettatori quasi ignari, come il bambino Giosuè: e proprio in questo gioco di detto e non detto, di maschere, lo spettatore si ritrova smarrito, bambino, tale è l’abilità di Benigni nella recita. Sebbene abbia moltissimi pregi, non si possono nascondere anche i molti difetti dell’opera. Il Benigni regista molte volte è grezzo oltre il limite e qui forse è in una delle sue peggiori performance dietro la macchina da presa. Stavolta, la strabordante comicità dell’attore toscano, che viene tenuta a freno, spesso e volentieri, non basta a riscattare una prova registica poco soddisfacente. Altro punto di debolezza, il fatto che alcune scene appaiano forzate, quasi a ricercare la risata a tutti i costi, la sdrammatizzazione non sempre riesce bene, e in alcuni tratti a Benigni la storia scappa di mano. Immeritate le critiche del popolo ebraico, sul fatto che il Robberto nazionale abbia trattato la Shoah con superficialità: grazie a questo film, molti genitori hanno risolto il dramma di dover raccontare ai figli della Shoah. A parte la semplice ironia, le critiche sono davvero inutili e stupide: l’orrore non può che essere trattato come orrore ed è giusto così, ma il toscano si pone davanti l’obiettivo di rendere il tutto più docile per il proprio bambino, per non fargli conoscere l’orrore, per renderlo magari più felice. Non è superficialità, anzi. Benigni tratta la Shoah come un orrore vero e proprio, anzi, fa tanto schifo e paura, da dover essere mascherata come una recita, per non mostrarla. Io sono sempre stato abbastanza critico con Benigni, e devo ammettere di non aver mai apprezzato nella sua completezza l’opera, che non è né perfetta, né un capolavoro come spesso si dice. Ma resta comunque un film commovente, dolce fino a far piangere, importante per la nostra cinematografia, che ci ha regalato anche degli Oscar e un premio della giuria in quel di Cannes. Il film si conclude magnificamente, su un carro armato Giosuè abbraccia la madre e urla “Abbiamo Vinto!”. Si, abbiamo vinto.

50 commenti

  1. yorick / 17 marzo 2013

    Che ruffianata di film.

  2. The Dirty Version / 17 marzo 2013

    no no, il film è un orrore etico, degno di cotanto orrore storico.

  3. allan / 17 marzo 2013

    Che noia sto “snobismo a tutti i costi”

    • yorick / 18 marzo 2013

      Non seguire il gregge non è snobbismo, è far proprio il detto gucciniano del “scusate, non mi lego a questa schiera: morrò pecora nera”, @allan.

      • verons / 18 marzo 2013

        se si sente proprio tale detto in ogni occasione. Si può essere succubi del gregge o schiavi della “sindrome da pecora nera”..non ci vedo molta differenza.

        • yorick / 18 marzo 2013

          @verons, non esageriamo: quei versi hanno un preciso contesto, ben al di là della banale “sindrome da pecora nera”: http://www.youtube.com/watch?v=rYsj3zQ0eLY. il Maestro ha parlato, #guccinidocet

          • verons / 18 marzo 2013

            ovviamente la “banale sindrome della pecora nera” non era riferito alla canzone di Guccini, ma al bisogno costante di dichiarare di non seguire il gregge.

          • yorick / 18 marzo 2013

            @verons, il gregge non va seguito, il gregge è quello al quale lo Zarathustra di Nietzsche predicava l’avvento del Superuomo. E’ il superuomo che bisogna seguire, non il gregge.

        • allan / 18 marzo 2013

          giusto @verons,era proprio quello che intendevo..!..@yorick ,spero che ora non farai un comitato pro lapidazione perchè mi piace questo film..!

          • yorick / 18 marzo 2013

            @allan, tranquillo, niente comitato: ormai è chiaro che, tranne sporadiche illuminazioni vontrieriane, sei un caso senza speranza 😉

  4. The Dirty Version / 18 marzo 2013

    e poi io non sono snob perché non c’è artificio nei miei giudizi: sono tutte mie le proposizioni che scrivo: sono un dandy al massimo (da buon illuminista) 😛

  5. Socrates gone mad / 18 marzo 2013

    Al di là della diatriba snob sì, snob no, di cui m’importa sega, per me questo film segna la chiave di volta del declino artistico di Benigni, cominciato a partire delle commedie nazional popolari dei primi anni ’90 (ovvero da quando Cerami è diventato suo autore), che ancora erano godibili, per arrivare a questa ciofeca e proseguendo con il Benigni odierno, macchietta di se stesso e definitivamente istituzionalizzato (nel senso manicomiale e non del termine). Chi si ostina a dire che questo pupazzo vomitevolmente politically correct sia il miglior Benigni non ha mai visto Televacca o Berlinguer Ti Voglio Bene, e mi dispiace per lui. A chiunque consiglierei di saltare a piè pari la visione di questo film per andarsi a vedere Train De Vie, infinitamente più tragicomico e poetico.

    • The Dirty Version / 18 marzo 2013

      @dovic
      infatti l’obiettivo principale della mia critica è proprio il maledetto cerami (ex delegato alla cultura del pd…e ho detto tutto) , basti vedere lo scempio che ha sponsorizzato facendo dirigere il remake di casotto al figlio…vomitevole (io lo metto sullo stesso piano di moratti jr che ottiene mille concessioni dall’allora sindaco di milano nonché madre, per adattare la sua palazzina come la casa di bat-man…paro paro)

  6. yorick / 18 marzo 2013

    Sì, vabbé, ragazzi, però non cadetemi così in basso: criticare Cerami è come sparare sulla croce rossa, e non è certo portatore di tutti i mali culturali dell’Italia odierna.

    • The Dirty Version / 18 marzo 2013

      mai parlato di mali italioti o altro @yorick; verso un cerami però, sparare sulla croce rossa è un obbligo morale 😀

    • Socrates gone mad / 18 marzo 2013

      @yorick Se Cerami si mette a pontificare su Pasolini negli inserti letterari de L’Espresso/La Repubblica, io un colpo glielo sparo più che volentieri, e sarebbe un colpo di grazia per lui e per noi.

      • yorick / 18 marzo 2013

        Concordo, ma, e @drmabuse non sarà d’accordo, il problema della cultura in Italia sta nel fatto che si è voluto darle una dimensione di massa. Il fatto che la cultura debba essere per pochi non è uno snobbismo qualunque, è semplicemente un dato di fatto: la cultura è di pochi e quindi deve essere per pochi.

        • Socrates gone mad / 18 marzo 2013

          Hai una concezione di cultura limitata ed elitaria. Cultura può essere intesa come ogni prodotto dell’intelletto umano: l’arte è cultura, ma anche il lavoro, la morale, le basi che regolano una struttura sociale e, dulcis in fundo, la cultura di massa. Cultura di massa e cultura d’élite si nutrono a vicenda dalla notte dei tempi, non esistono scompartimenti stagni e certificati D.O.C.

          • yorick / 18 marzo 2013

            Non sono sicuro che la morale esista, @dovic

          • Socrates gone mad / 18 marzo 2013

            @yorick La morale come prodotto ideologico di una società credo proprio di sì, comunque non era il fulcro del mio discorso. Tra parantesi, sono ufficialmente entrato nel club degli utenti in attesa di moderazione con una risposta alla recensione che riguardava i Beatles, risposta peraltro ben articolata… mi sento onorato ora *_*

  7. yorick / 18 marzo 2013

    Dirò una cosa empia, che farà accapponare la pelle al @drmabuse, ma la morale non ha niente di fenomenologico o di empirico, per cui della morale non si può parlare. Tant’è che si basa su cose come la ragione e la volontà, ovvero cose che non esistono realmente, che non abbiamo ma che ci siamo dati, @dovic.

    • The Dirty Version / 19 marzo 2013

      ed in effetti la pelle mi si è accapponata davvero (ma concordo sulla base razionale e volitiva), ma mai come quando lessi il messaggio che ci hanno spedito ieri gli admin pretendendo di determinare come debba proseguire questo nostro dibattito (civilissimo tra l’altro) e di smettere la discussione.
      Ecco un ottimo esempio di qualcosa di immorale: usare la morale stessa per condizionare ciò che è utile l chi detiene il potere (maoismo allo stato puro)…tra poco ci raderanno gli avater e pretenderanno scuse pubbliche…bleah!

    • yorick / 19 marzo 2013

      @drmabuse, mah, sì e no. Il problema non è tanto l’admin, quanto l’agire in una società (moralmente) strutturata. Anche a me dà fastidio che alcune persone possano sentirsi offese da critiche, messaggi o, addirittura, offese, ma succede, e gli admin fanno bene a tutelare tutti gli utenti, prevenendo situazioni spiacevoli di utenti che potrebbero sentirsi, appunto, offesi. Poi, vabbè, io sono il primo a farmi prendere la mano, ma sono fiero di deporre, come Schopenhaur e Kierkegaard, la volontà.

      • The Dirty Version / 19 marzo 2013

        beh, @yorick, io ti voglio bene, ma la tua visione culturale-aristocratico-platonica dell’intelletto è la stessa che sta alla base degli admin che si arrogano il diritto di decidere (in assenza di un linguaggio volgare o del bullismo) in che direzione debba andare una discussione circa un film o che dibattito si possa sollevare dopo una recensione.
        Tutto questo addomesticare gli utenti è malsano, come ogni barriera all’espressione (ovviamente finché si rimanga all’interno delle buone maniere e del volersi spiegare e non ingiuriare e basta).
        Evidentemente gli admin dirigono il sito con il libretto rosso alla mano..ops, sono andato off-topic BANNATEMI PRESTO: SONO CONTAGIOSO 😛

        • The Dirty Version / 19 marzo 2013

          a tal proposito c’è il gruppo “la censura al tempo dei social (colera). 😉

        • yorick / 19 marzo 2013

          Gli admin non si arrogano diritti, legiferano. Hanno creato Nientepopcorn, quindo devono costituirne le leggi. Un po’ come Dio col mondo, e noi siamo gli uomini che, nascendo/iscrivendoci a Nientepopcorn, rinunciamo alla possibilità, siamo necessari alle leggi di natura/leggi del sito
          Poi, è naturale che il nostro agire umano non possa coincidere con quello divino degli admin, il cui agire è sempre un facere, mentre il nostro è e deve essere un dis-facere, cioè un disfare facendo, così da distinguerci da Dio in quanto umani, dagli admin in quanto utenti, @drmabuse

          • The Dirty Version / 19 marzo 2013

            Dio è morto @yorick, uno dei pochi concetto niciani che mi tornano; inoltre il mondo scorrerebbe placido senza uomini, mentre questo sito senza utenti non scorre affatto mi pare.

          • yorick / 19 marzo 2013

            Dio è morto, non certo le leggi che ha introdotto nel mondo. Comunque era un esempio, tant’è che credo ancor meno al necessitarismo che a Dio.

  8. paolodelventosoest / 19 marzo 2013

    Ma dai, che paccottiglia cerebrale. Meno male che non ho studiato filosofia, uccide i sentimenti e rende la realtà amarissima, dottamente e chirurgicamente amarissima.

  9. GianlucaViola96 / 24 marzo 2013

    Non capisco perché gli admin vi abbiano bloccato, mi sono divertito a leggervi ahahha

  10. GianlucaViola96 / 24 marzo 2013

    Io ho 16 anni e la filosofia la sto studiando, ma wow, qua c’è da perderci la testa

    • yorick / 24 marzo 2013

      Ma filosofia si studia per perdere la testa, o meglio: si studia perché è lecito e piacevole perdere la testa. Avercela sulle spalle è banale e noioso 😉

  11. Mercoledì Addams / 25 marzo 2013

    Io non ho studiato filosofia, per fortuna, però che La vita è Bella sia un film ruffianissimo e inutile non ci piove. Se gli metto 1 abbasso un po’ la media o è inutile? Comunque mi dispiace per il ban di drmabuse, mi stava simpatico.

    • allan / 25 marzo 2013

      ce ne fossero di persone profonde come te,Mercoledì

      • yorick / 25 marzo 2013

        @alan, ma perché ogni volta che leggo un tuo commento mi viene il latte alle ginocchia?

        Comunque, Mercoledì, perché tutto questo razzismo sulla filosofia? >.<

        • allan / 25 marzo 2013

          @yorick,non ti facevo così sensibile!

        • Socrates gone mad / 25 marzo 2013

          @yorick
          La filosofia oggi, nel sentire comune, è la summa dell’intellettualismo spocchioso inutile, cervellotico e parassita, ecco perché. Nell’utilitarismo capitalista, fintamente pragmatico, in cui siamo immersi, il filosofo, ovvero colui il quale sta tutta la giornata a guardare le stelle (anche di giorno), massaggiandosi la pancia che si riempie a spese delle persone oneste che lavorano, non Producendo nulla se non vuoti sofismi che servono solo ad alimentare il suo narcisismo, ebbene costui è il nemico pubblico n. 1, seguito dall’artista.
          Naturalmente ogni tentativo di difendere il lavoro intellettuale (perché di lavoro si tratta) è visto come la prova stessa delle menate intellettualoidi dietro cui gli intellettuali si nascondono per non ammettere la loro inutilità e chi muove certe accuse naturalmente non si da mai la pena di conoscere ciò di cui parla, poiché non è ritenuto necessario: è così perché si sa che è così. Faccio notare che esiste un parallelismo interessante per cui c’è stato un altro periodo in cui ci si vantava di prendere a calci in culo, metaforicamente o non, gli intellettuali: il ventennio fascista. Tanto per dire come l’autoritarismo delle idee si sappia insinuare ambiguamente e camaleonticamente in epoche diverse.
          Con questo non voglio dire che questo sia il pensiero di Mercoledì, ma mi premeva far notare quale sia la fanghiglia ideologica che, spesso inconsapevolmente, sta alla base di queste ricorrenti esternazioni sophia-fobiche (che tra l’altro sono una delle maggiori cause di giramento di balle per il sottoscritto, anche se sto cercando difficoltosamente di imparare l’arte dell’indifferenza).
          Qui apro e chiudo la parentesi per non rendere ulteriormente informe questo post.

          • yorick / 25 marzo 2013

            @dovic, tra l’altro (giusto per non rendere ulteriormente informe questo post e integrare la filosofia al post) leggevo l’altro giorno qualcosa di Adorno, che parlava di come la filosofia fosse inutile, anzi impossibile dopo Auschwitz. Abbastanza condivisibile. Questo, e il fatto che la filosofia – ma soprattutto la razionalità (scienza compresa) – abbia incasinato il mondo più di quanto non l’abbia fatto “il pensiero selvaggio” propriamente detto. Quindi sì, quoto abbastanza quello che scrivi, però onestamente sono il primo a vergognarmi della filosofia: lo dico e lo ripeto, aveva ragione Rousseau – il più grande errore che fece l’uomo fu quello di uscire dalle caverne.

  12. Mercoledì Addams / 25 marzo 2013

    Diciamo la “summa dell’intellettualismo spocchioso inutile” e basta, dai. Io ho studiato chimica, però al cinema verrei volentieri con voi e infatti vi ho chiesto l’amicizia! E finirà pure che ci banneranno tutti insieme, se continuiamo questi discorsi ahahahah!

Lascia un commento

jfb_p_buttontext