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Recensione su Confessions

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Pop! / 13 marzo 2014 in Confessions

Elegantissimo, un po’ troppo autocompiaciuto, forse, ma sicuramente ipnotico proprio per via del plasticismo quasi pittorico delle forme messe in scena.

Confessions sfrutta un paio dei temi cari alla narrativa giapponese (cinematografica, teatrale, manga), come la vendetta ed il bullismo, inserendoli in un paio di cornici anch’essi ricorrenti (scuola, casa, sia tradizionale che all’occidentale), usando, però, un formalismo ed un senso estetico notevoli: gli sfondi sono tali, passivi, gli attori sono solo vagamente espressivi. Si tratta di vero e proprio teatro delle marionette, bunraku, in cui i manovratori si sovrastano, si scoprono e si sostituiscono di livello in livello, mano a mano che la storia procede, come se tutti fossero parte di una gigantesca matrioska il cui involucro esterno è rappresentato solo apparentemente dalla prof.ssa Moriguchi, ma che è costituito, ovviamente, dal vero deus ex machina, il regista Nakashima: Manami è un vero e proprio pupazzo tra le braccia di Naoki, che è un fantoccio tra le mani di Shuya, che è destabilizzato e controllato dal complesso edipico nei confronti della madre, ecc.
A ribadire questo concetto, ho trovato molto bella la sequenza in cui Shuya e Mizuki si muovono controluce: dei loro corpi si vede, nettissima, la sola silhouette, come in teatro d’ombre. I personaggi cosa sono, in questo caso, se non proiezioni (ombre, proprie e portate, appunto) dell’autore?

Un po’ diluito sul finale, ma comunque apprezzabilissimo.

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