Recensione su Jobs

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Jobs / 3 agosto 2015 in Jobs

Di fronte a film biografici di questo genere, il giudizio cinematografico tende necessariamente ad essere limitato a pochi aspetti.
La storia, infatti, quella è.
Ci si può limitare a chiedersi se sia o meno aderente alla realtà, se sia stata presentata in maniera coinvolgente, se abbia saputo far emozionare, ecc.
Possiamo dunque dire che questo film tende, da un lato, all’agiografia, anche se, di contro, appare onesto sotto molteplici aspetti, quanto meno non oscurando i lati meno cristallini di Jobs, che coincidono con quei momenti in cui è emerso in lui l’uomo d’affari, accantonando momentaneamente il genio dell’informatica.
Perché Steve Jobs è stato sì un grande innovatore, ma anche e soprattutto un grande uomo di business. Il suo socio e amico Wozniak, che probabilmente lo superava quanto a capacità puramente tecniche, era un pessimo venditore ed un pessimo commerciale, ed è infatti subito passato nelle retrovie, nonostante l’idea originaria, quella da cui era partita la storia di Apple, fosse stata la sua.
Il film è coinvolgente, questo sì, ma non è altro che l’ennesimo prodotto di business che sfrutta il marchio Steve Jobs.
Ne presenta la vita, con sintesi forse estrema (ma del resto per fare diversamente ci sarebbe voluto un film alla Heimat), ad uso e consumo del fan nostalgico, del geek/nerd smanettone pronto a pontificare dopo l’uscita dalla sala, e, soprattutto, dell’uomo medio che vuole conoscere qualcosa di più di quello che è stato innegabilmente un grande uomo, e che si accontenta di questo condensato di nozioni ed emozioni.
Per il resto, da un punto di vista cinematografico il film vale poco o nulla: nessun guizzo, nessun tentativo di creare qualcosa di memorabile e/o originale (forse il timore di essere confrontati con il soggetto della pellicola, uno che dell’originalità era l’emblema vivente?).
Kutcher si impegna.
Si può dire che ce la metta tutta (postura, sguardo, espressioni).
Ma la figura di Jobs (soprattutto quella degli ultimi dieci anni di vita) è talmente impressa nell’immaginario collettivo, esattamente come il design di uno dei prodotti da lui ideati, che la tolleranza di un surrogato viene categoricamente rifiutata dalla mente prima ancora che dall’occhio.

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