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Recensione su Il nome della rosa

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21 agosto 2014

Per tanto tempo, schiava di un pregiudizio a questo punto stupido, non ho voluto vedere questo film, più che altro per il falso mito della sua pesantezza, probabilmente legato al fatto che molti – non io – sono stati “costretti” a leggere il libro da cui è tratto (su cui non mi esprimo non avendolo mai letto) a scuola.
In verità mi sono trovata di fronte ad un’opera sontuosa e complessa.
Partiamo dalle premesse: Guglielmo da Baskerville – interpretato da Connery – è un monaco francescano, il quale si reca presso un monastero benedettino italiano – il cui nome non è menzionato – assieme al suo novizio Adso da Melk – interpretato da un giovanissimo Christian Slater – per partecipare ad un convegno che vi si sarebbe svolto tra francescani e delegati papali.
Ma al suo arrivo Guglielmo apprenderà che il monastero è stato teatro di una morte tanto misteriosa quanto efferata, quella di un giovane monaco, Adelmo.
Guglielmo, dotato di notevoli doti di intuizione e ragionamento, viene incaricato dall’abate del monastero di indagare sulla misteriosa morte, che si crede opera del demonio e alla quale, come prevedibile, seguiranno altre altrettanto misteriose morti.
Le premesse sono dunque le più classiche per quanto riguarda un giallo: un misterioso omicidio, un personaggio tendenzialmente coinvolto per caso nelle indagini ma dotato di innate e spiccate doti investigative, un ambiente suggestivo e estremamente evocativo, una serie di personaggi ambigui.
La classicità delle promesse in rapporto al genere, a mio avviso, fa sì che lo spettatore si senta subito “rassicurato” quanto al film, prendendo le misure con la presumibile struttura narrativa dello stesso.
Ma dove il film ci rassicura allo stesso tempo ci inquieta, ci instilla piccole trame di ansia che poi si intrecciano e snodano lungo tutta la sua durata.
Eh sì, perchè il monastero è un luogo davvero impressionante quanto a cupezza, evocatività e ambiguità.
Il lavoro del buon Dante Ferretti è stato superbo, l’ambientazione è già di per sè film. La tensione aleggia in ogni singolo arredo, nelle mura di pietra, negli interni, ovunque.
La fotografia, poi, con queste tinte fosche e fumose all’esterno ed estremamente cupe all’interno, contribuisce a dare allo spettatore piena coscienza dell’oscurità dei toni del contesto narrativo e, di conseguenza, della narrazione stessa.
I monaci, poi, sono tutti suggestivi ed evocativi, anche le semplici comparse. Sembra che ognuno abbia dei segreti da nascondere, che su ognuno potrebbe dipanarsi una storia a sè stante. Nessuno è lì per caso, ognuno è parte del perfetto ed al contempo inquietante contesto.
I personaggi principali, siano essi i due monaci protagonisti o i comprimari, sono tutti resi con efficace e schietta veridicità. Non c’è spazio per eroi senza macchia o paura nè per antagonisti prettamente negativi. Il nero e il bianco sfumano in un insistente grigio, che caratterizza gli eventi e la tempra morale di ogni personaggio.
Sono rimasta sopratutto colpita da Salvatore, il monaco “particolare” interpretato da Ron Perlman, che parla tutte le lingue insieme e nessuna e che riesce, nella sua semplicità mentale e comportamentale, a dare la misura della complessità delle sovrastrutture che il consesso sociale porta avanti, ancorandosi a consuetudini che con il tempo dovrebbero divenire desuete, o a verità assolute sprovviste di adeguate ragioni, o a forme di controllo basate su una cieca paura e un sordo timore.
Sì, perchè quello che più mi ha colpito della storia, al di là del suo essere un giallo davvero avvincente e mai scontato, è stato l’inserimento di temi importanti, come l’inquisizione cattolica, la relatività di alcune verità universali, la moralità assoluta o relativa, il fanatismo religioso come causa di mali inenarrabili, il timore di Dio, il valore della conoscenza e il cieco oscurantismo.
Questi temi sono tutti perfettamente intrecciati all’evolversi della narrazione, nel corso della quale, oltre ad arrivare sempre più vicini alla soluzione del mistero degli omicidi, veniamo a contatto con tutti quei temi, incarnati dai diversi personaggi e magistralmente implementati nella storia, che, alla fine, oltre all’appagamento dato dalla soluzione di un buon giallo, ci offre anche moltissimi spunti di riflessione.
La struttura narrativa è solida e coerente. Gli eventi puntano tutti dritti al perfetto finale, ma lo fanno senza mostrarcelo, prendendo strade secondarie, riuscendo a mantenere fino all’ultimo un’ottima dose di suspence.
Gli ultimi 10 minuti dovrebbero essere presi ad esempio per mostrare cosa sia un efficace climax narrativo. Superbi.
Tutto in questo film mi ha convinta. Neanche un minuto di noia in due ore di visione comunque impegnativa.
Consigliatissimo.
Davvero molto bella la citazione finale “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

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