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Recensione su Gran Torino

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17 febbraio 2011

Walt Kowalski, veterano della guerra in Korea, è appena rimasto vedovo e si ritrova solo: chiuso e scorbutico viene schivato dai figli con cui non ha mai avuto un vero rapporto; le sue uniche passioni sono la birra, il suo cane Daisy e la sua Gran Torino, montata personalmente quand’era operaio alla Ford. Da xenofobo custode del proprio giardino, Kowalski esce dal proprio isolamento grazie all’amicizia dei suoi vicini di casa, Thao e Su, fratello e sorella di etnia Hmong: ne diventa il difensore quando i due finiscono nel mirino di una gang locale e fa della formazione del più giovane, Thao, lo scopo delle sue giornate, affinché il ragazzo diventi un vero uomo.
Clint Eastwood torna cowboy, e con l’espressione ingrugnita presta il volto a questo fantastico personaggio che è un po’ la sintesi ed il simbolo del mondo conservatore che intorno a lui, nel suo quartiere, sta per scomparire.
Il film è molto bello, ma spiazza un po’: all’inizio è anche divertente e si ride alle prese in giro indirizzate agli asiatici, poi improvvisamente il registro cambia ed il dramma invade la pellicola.

L’ultima opera di Clint Eastwood è toccante e intrisa di questioni sui cui si dovrebbe riflettere nella vita di tutti i giorni: il problema degli anziani (indipendenza o ospizio?) e il rapporto con i figli diventati adulti; oppure: quanto ci sembrano strane le tradizioni delle altre genti viste da fuori, semplicemente a causa dei nostri preconcetti? E ancora: l’effetto della giustizia fai-da-te e lo spirito di sacrificio. Infine, la religione (sono acuti gli scambi di battute tra Walt Kowalski e padre Janovich).

Si vocifera che sia la sua ultima interpretazione, se così fosse, rimarranno impressi il grugnito e la mano che mima la pistola.

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