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Scola e la docufiction / 20 gennaio 2016 in Gente di Roma

Un po’ documentario, un po’ fiction, il penultimo lavoro di Scola si fa forte della sua esperienza nelle vesti specifiche del documentarista con piglio quasi sperimentale.
Ed è proprio nei segmenti “dal vero” che il film trova la sua migliore espressione, mentre le sequenze architettate su copioni precisi (in particolare, quelle più espressamente comiche), qui, stentano davvero ad essere significative, nonostante la presenza di buoni attori, vuoi per via di una retorica inaspettata in Scola perché troppo esplicita, vuoi per i tempi limitati dei vari sketch.

Su tutti, meritano una menzione i passaggi dedicati agli anziani, dal “declamatore da bus” di G.G. Belli (Fiorenzo Fiorentini), al vecchio e acido brontolone minato dalla demenza senile (un grande Arnoldo Foà), fino alle comparse senza nome che si sottopongono ai test sull’Alzheimer: Scola insiste molto sul concetto di patrimonio culturale e sul valore della memoria (vedi anche la -purtroppo- poco convincente sequenza in cui una signora scambia il set di un film per la rappresaglia tedesca nel ghetto ebraico di Roma di sessant’anni prima) ed è emblematico l’episodio in cui riprende e ripropone, mediata da un elemento di finzione (una madre smarrisce il figlio tra la folla), una manifestazione dell’Ulivo (2002?) in cui il collega Nanni Moretti arringava la folla proprio su questo argomento.

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