Recensione su Gattaca – La porta dell’universo

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La perfezione ha bisogno dell’imperfezione / 24 Aprile 2016 in Gattaca – La porta dell’universo

È il suo esordio ed ancora a oggi il suo film più importante, se escludiamo la scrittura del capolavoro “The Truman Show”: con “Gattaca” nel 1997 Andrew Niccol firma un’opera visionaria, e creativa, dentro quel bacino illimitato e sempre più sperimentale che offre la fantascienza. Le atmosfere, gli ambienti minimalisti, le situazioni, i dinamismi della narrazione e della macchina da presa assoggettata a questa, sono elementi chiari di una fantascienza caratterizzante gli anni ’80 e ’90, che forse si era andata un po’ perdendo. Quel genere che non voleva solo essere ludico e percettibilmente coinvolgente, ma che desiderava raccontare la realtà, trasfigurandola, o trasportandola in mondi apocalittici, ma non troppo utopici: intercettare un destino, un futuro, per porre in essere una riflessione sul presente.
Il film di Niccol è questo. È la storia di una società frazionata, discriminante, capace di ergere muri e barriere a partire dal codice genetico, che può avere il lusso di creare l’individuo perfetto, senza difetti, o consente la scelta del partner ideale, intelligente, bello, dotato e con una lunga aspettativa di vita. Spaccando così l’umanità in due parti. È la storia, quindi, di un “non valido” che cercherà di ricondurre i propri sogni dentro una logica puramente umana, spirituale e sentimentale: il Vincent di Ethan Hawke incarna l’audacia e la forza dell’ambizione e del coraggio, la consapevolezza di potercela fare, nonostante i numerosi sforzi “anarchici”. Il suo sogno è viaggiare nello spazio, per farlo deve entrare in Gattaca, azienda che gestisce i voli aerospaziali, dentro la quale possono lavorare solo i “validi”, i sani, quelli dal QI superiore alla media, i forti. Assumerà allora la personalità di uno di loro, Jerome (Jude Law), costretto ormai per un incidente a vivere su una sedia a rotelle, che lo aiuterà nella realizzazione di un desiderio che diventa anche interamente suo. Un omicidio ad una settimana dalla partenza per Titano, minerà fortemente alle fondamenta il lavoro e il sacrificio di una vita, consentendo alla sua vera natura di non restare celata, e di rivelarsi: prima alla donna che ama, che lo accetterà per quello che è, ricordando che amare è tutta una questione di vedere la perfezione nell’imperfezione, e il contrario; poi anche al dottore, che tuttavia fin dal primo test periodico sulle urine riservato ai dipendenti aveva intuito la sua frode. Salirà su quell’astronave consapevole che è stato Vincent a farcela, e non il “perfetto” Jerome.
Il contrasto con il fratello più piccolo di lui di due anni, ma nato “artificialmente” e quindi “scelto” dai genitori, quindi migliore di lui, racchiude il centro del messaggio del film: la loro sfida che facevano fin da ragazzi, di nuotare a mare aperto fino a che uno dei due non si fosse stancato, e avrebbe dunque perso, è vinta per la seconda volta nel finale del film da Vincent. La prima vittoria, da giovane, aveva convinto Vincent a poter riuscire nella vita, a poter vedere la meta, e a poterla raggiungere. Nella seconda vittoria, invece, viene svelato il segreto del successo, di come sia riuscito ad arrivare a quella meta, di come abbia potuto rendere reale il suo sogno: non risparmiando energie per il ritorno, nuotando sapendo che doveva dare tutto solo per “arrivare” e vincere. Vivere senza guardarsi indietro, e senza pensare al futuro, ma solo all’obiettivo da raggiungere. L’imperfezione vince se si costituisce dei valori della vera perfezione: il sacrificio, l’abnegazione, l’amore.
Anche la società costruita intorno a Truman è pensata per essere perfetta: ne evaderà alla ricerca della verità che può esistere solo tra le pieghe (o piaghe) di un mondo imperfetto, ma reale; il mondo di “In Time” muterà la distinzione di “validi” e “non validi” in “immortali” e “mortali”: e anche qui l’esponente di una classe darà modo all’esponente dell’altra di scoprire il superamento di tale discriminazione nelle logiche semplici e devastanti dell’amore; e lo stesso soldato Tommy di “Good Kill”, interpretato guarda caso da Hawke, è alla ricerca di un punto di unione tra “essere ciò che si è” ed “essere ciò che si fa”.
La fotografia che si serve di pochi toni di colore, asettica e algida come le interpretazioni degli attori, le geometrie visive, inquadrano l’apparente perfezione, che sbatte su i primissimi piani dei dialoghi, sulle inquadrature del cielo, sui gesti d’amore, sulle azioni non lineari del protagonista: e ne esce con le gambe rotte. Non il film di Niccol, pietra preziosa, che si incastona perfettamente nella fantascienza più alta. E riuscita.

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