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Recensione su Ex_Machina

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La giapponese muta / 21 agosto 2015 in Ex_Machina

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il regista, Garland, aveva scritto la l’adattamento per la sceneggiatura di Never let me go, e avrebbe avuto un bonus stima e lacrime da parte mia quasi qualsiasi cosa avesse fatto qui.
In principio non si sa bene cosa ma Caleb ha vinto. Lui è una specie di Watson di Sherlock/Bilbo Baggins, ma programmatore. Pure sveglio quanto i suddetti circa uguale. Viene spostato nella tenuta del boss, che ha 150 microclimi diversi, tutti in un minuto di elicottero. Quindi dovrebbe essere grande circa come l’Argentina. Il suo capo, il quale se ne sta solingo rintanato in un rifugio/centro di ricerca/fortezza in mezzo al niente, è il barb-nerboruto (nerd-oruto. Ahah, l’hai capita? Vabbè lasciam stare :/) Nathan, il quale, pian piano si scopre, è un fottuto genio che ha inventato Google. Con un altro nome, ma voglion proprio dire Google, se l’è inventato da solo e perciò è ricco da schifo. Nathan chiede a Caleb di sottoporre Ava, un androide dotato di IA e con due discrete tette, a un test di Turing nel corso di una settimana. Caleb, abbastanza inevitabilmente, finisce per innamorarsene, ricambiato, e lei lo convince a farla scappare. Lui lo fa ma doh!, Ava lo aveva turlupinato, uccide Nathan, molla lì Caleb e se ne va a conoscere il mondo. La natura potente e fredda (potremmo dire indifferente e quella battuta “Leopardare!”) che sta dietro è norvegese. Ma il film è soprattutto di interni, rivestiti di una patina di tecnologia fantascientifica ma non troppo, che rendono tutto prossimo e verosimile. Non oggi, ma domani ci sta. Come il viso e carattere di Ava, del resto. Pendola Caleb, nel sentirsi una marionetta ora dell’uno ora dell’altro della triade dei protagonisti. Cui si aggiunge una robot japu gnocca che ha la funzione di far scopare Nathan, che è sociopatico e alcolista ma almeno il problema della gnocca lui per sé l’ha risolto. Molto nella pratica, è Frankenstein applicato al web 2.0→ Nathan spiega che per creare un database di espressioni facciali per i suoi droidi ha usato le telecamere di tutti i telefoni del mondo, e l’ha fatto semplicemente perché era possibile, so dude, why not? Ed è un film basato sul verbo e il ragionamento, anzi, di tematiche ce ne sono pure troppe. Se il corpo di Ava è trasparente, così non sono i suoi pensieri, e alla fine potrà anche aver superato il test, ma come etica proprio ancora non ci siamo, se ammazzi una persona (e vabbè ok, era il tuo aguzzino e lo odiavi) e ne lasci un’altra a morire in un rifugio sigillato, il povero Caleb poi, che non potrebbe fare male a un paguro zoppo. Alcune difficoltà a pervenire al finale amaro, se la settimana fosse stata di 5 giorni sarebbe stato meglio, in quanto in quanto il gioco di sorprese e capovolgimenti derivanti dalle parole più che dalle azioni dei tre nella ripetitività mostra un poco la corda. Ma oh, con quella Bibbia di danni ne hanno fatti un sacco, e ci sono ancora nerd che si credono Dio.

1 commento

  1. Stefania / 21 agosto 2015

    Sì, il difetto grosso del film, secondo me, è la lunghezza (che discende da o da cui discende, ora non so, la ripetitività): 5 giorni invece di 7 avrebbero giovato decisamente al ritmo della storia.

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