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Recensione su Dumbo

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Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar. / 31 marzo 2013 in Dumbo

Il quarto classico Disney, uscito in America nel 1941 e successivamente in altri Stati (nel Belpaese ad esempio nel 1948) è semplicemente poesia per gli occhi, ed uno dei film di questa casa di produzione più belli e riusciti. Con i suoi 64 minuti si tratta di uno dei loro film più brevi (realizzato per superare le perdite di “Fantasia”, gran film poco capito all’epoca), ma questo fa sì che la semplicità della storia e la sua contemporanea profondità arrivino in modo ancora più diretto allo spettatore, evitando tempi morti inutili e dando ad ogni aspetto della pellicola il suo giusto spazio. Inoltre si tratta di uno dei pochi film della Disney con una morale vera e propria, elemento molto utile essendo indirizzato ad un pubblico giovane, e quindi in piena formazione emotiva e caratteriale. Non importa che difetto, handicap o malformazione estetica tu possa avere, se ti impegni, ti fai il cosiddetto “mazzo” e hai quel pizzico di fortuna che non guasta mai puoi raggiungere i traguardi e gli obiettivi che ti poni. In più se si mostra ad un bambino che insultare gli altri e maltrattarli per il loro aspetto estetico è un comportamento da poveri cogli**i, probabilmente cresceranno non facendolo (o non eccessivamente, siamo tolleranti perché è notoria la perfidia dei pargoli). Il personaggio principale non è un eroe ma un essere sfigatissimo, e ciò lo rende empatico nei confronti del pubblico, che si identifica in lui; questo non vuol dire che le nostre generazioni siano o saranno formate da piccoli pachidermi orecchiuti, ma schiaffare un po’ di retorica non guasta mai, ergo perché non farlo? Il suo mutismo lo rende inoltre ancora più succube e indifeso, e anche se si tratta di un animale che raggiunta l’età adulta passa tranquillamente le 4 tonnellate (piccino) la sospensione dell’incredulità dello spettatore fa il suo. Iconica anche la presenza del topo Timothy come unico aiuto del protagonista, aiuto che arriva da un esponente del regno animale notoriamente e proverbialmente ostico ai proboscidati, altra metafora per suggerire l’appianamento delle differenze e l’unione degli emarginati stessi. Nella versione italiana ottimo il Quartetto Cetra in sostituzione dell’Hall Johnson Choir, con la canzone dei corvi rimasta nell’immaginario popolare; tanti i colori, i suoni e l’uso della luce, con affinità e contrasti dal punto di vista tecnico. Vincitore dell’Oscar alla migliore colonna sonora nel 1942 (Frank Churchill e Oliver Wallace).

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