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Recensione su Django Unchained

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23 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Mi sento un po’ mainstream a dover parlare di un film così mainstream e in un momento così mainstream, ma mi hanno proposto di andare e non me la sono sentita di dire di no. Tanto più che eravamo davanti al cinema con lo schermo più bigga, e ho accompagnato gli altri e mi son messo più davanti del davanti e affanculo tutta la gente che ci poteva essere in sala. Serio, stare davanti ha solo dei pregi.
Django è uno schiavo nel Texas ante-guerra civile americana, liberato da un cacciatore di taglie, simpatico, erudito nella sua lingua appresa sui libri e tedesco. Schultz lo libera, e Django si unisce a lui. Insieme, dopo un inverno di “addestramento” passato a sforacchiare carcasse sopra i monti e sotto la neve, vanno a recuperare la django’s wife, schiava in una piantagione, di proprietà, sia la schiava sia la piantagione, di un DiCaprio coi neri denti di tabacco. Già che ci sono sputo.
Questo è, l’estetica dei film tarantiniani sta ancora in forma grazie, e l’omaggio agli spaghetti-western italiani galleggia, letteralmente, nei litri di sangue che si sentono schizzare e fuoriuscire dai corpi di chi incrocia i nostri eroi. Quasi diventa un combattimento marino, a tratti 😀
C’è un inserto comico, un dibattito che si apre all’interno dei gggiovani kukluxklanner sull’opportunità e utilità o meno dei cappucci bianchi, che stravince su tutto con la sola forza del dialogo. E in effetti la forza dell’intero film proprio in questo sta, non tanto nei combattimenti o nella storia in sé, quanto nella costruzione dei personaggi. A questo proposito il dottor Schultz e il borioso schiavista Candy sono da un lato prove di scrittura a livello di sceneggiatura, e dall’altro prove di bravura mostruosa, da parte di Leo, s’era detto, e di Christoph Waltz. Il quale, figurati, quasi era già simpatico impersonando una SS, pensa ora che sta pure coi buoni. Finisce che nel confronto il protagonista, il Django di Foxx, quasi scolorisce, che detto di un nigga, come si apostrofano tutti in continuazione, è bizzarro al limite del razzista, ma tant’è.
C’è un buco di sceneggiatura verso la fine, ma chissenefrega, per due motivi. Il primo è che proprio in quel momento compare Tarantino, e chiunque se ne compiace (noi di più ancora perché invecchiando lui è sempre più uguale al nostro amico P I N O); e il secondo è che stai aspettando la chiusura sanguinolenta del tutto, per cui le chiacchiere ormai stanno a zero. Anche perché, dopo che sono morti Schultz e Candy, la storia non va avanti che per inerzia verso la finale vendetta. C’è anche Samuel Jackson, che io sono tonno e non me l’ero data, o perché recita molto bene o perché è truccato altrettanto, e morirà di botto, e passa Franco Nero, con la pipa in bocca (no, forse senza pipa) giusto per essere omaggiato e dire che lui lo sa come si scrive.

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