?>Recensione | Carnage | il senso dei tulipani

Recensione su Carnage

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il senso dei tulipani / 17 settembre 2011 in Carnage

Chirurgico, nervoso e freddo. A me ha ricordato più Hitch di nodo alla gola che Polanski stesso (anche lì sui titoli di testa si inquadra una strada di NY), forse per il tema musicale che prima di esplodere nei timpani ha un ritmo molto hermanniano, forse per quelle finestre che guardano NY.
Bravissimi, tutti, la sceneggiatura è superba, la forza della casa in cui loro quattro sembrano quasi costretti e a volte di troppo, così imperiosamente giusta, con i suoi pezzi al punto giuto, con la sua vistosità borghese.
Ecco, se cominciano due mondi a fronteggiarsi (gli uni ricchi, con mestieri socialmente odiosi, gli altri benestanti, ma meno fulgidi e con Penelope morsa dal bisogno di riconoscimento culturale), due famiglie, poi via via, diventano due coppie e infine attraverso una piccola guerra dei sessi in verità diventa uno scontro fra due generi, il maschile e il femminile, netto, dettagliato e magnificamente squilibrato. Il film è un film dove impera lo scontro verbale senza vero dialogo, dove alla correttezza dei modi e degli usi si sostituisce la vera natura cinica, consapevolmente parziale dell’essere umano. E sono tutti parimenti odiosi perchè tutti falsi. Quando escono fuori i ruoli di genere i maschi solidarizzano in maniera plateale, le femmine trovano pochissimi punti di contatto riuscendo fino in fondo a macellarsi , colpendosi ripetutamente anche perchè, tolte le maschere iniziali, i maschi si riconoscono in un terreno comune quale che sia, i ricordi di infanzia, il bere, il fumo, l’idolatria per l’eroe virile, l’autocompiacimento del proprio cinsmo, le femmine non si difendono mai, non si riconoscono mai, seppellendosi continuamente in una diversità inconciliabile, fra l’insistenza nella gestione della casa e l’idea del maschio forte, fra la difesa della coppia, la propria e solo quella, e dei propri figli, e solo i propri, nemiche sempre se non nella disperazione della propria infelicità

Non per nulla la sequenza finale, ottimista, ha al centro due ragazzini, ma maschi, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ne sarebbe stato se i figli fossero stati femmine.

Non credo che il problema risieda nel teatro al cinema, Polanski inquadra i suoi protagonisti in maniera a volte grottesca esasperandone i profili, apre e chiude con gli esterni dove nasce il problema e dove si risolve, lasciando la casa, il focolare domestico, il totem della famiglia come palcoscenico unico dell’esasperarsi dell’ipocrisia. Piuttosto è che il tutto è un po’ autoreferenziale e perfetto.
Per il resto la cifra migliore mi sembra l’irrisione continua di una borghesia vuota e incapace di gestire se stessa. Simboli a gogò del vivere civile secondo stilemi altoborghesi o presunti tali: alcol, fumo, arte, perle, tecnologia, iperconnetività, denaro, suppellettili ricercati e quei tulipani gialli al centro di tante apparenti vuote buone intenzioni che sono così funzionali per scoprire le debolezze di tutti (e segnatamente il bisogno di sentirsi uguali socialmente da parte della famiglia ospite, la distruzione della potenza di Alan, l’oggetto della nevrosi isterica di Nancy)

3 commenti

  1. Stefania / 18 settembre 2011

    Recensione oserei dire grandiosa: complimenti 😉

  2. lava58 / 19 settembre 2011

    Mi associo ai complimenti e volevo fare un commento “tecnico”. Leggendo i titoli di testa ho visto due grossi nomi ovvero Dean Tavoularis ( art director di Coppola ) e Milena Canonero ( scenografa di Barry Lindon ) associato ad un film senza alcuna ripresa esterna ma quasi claustrofobico visto che si svolge in una stanza sola. Evidentemente Roman voleva far evidenziare oggetti , vestiti , luci e dare a questi elementi una particolare importanza. I tulipani sono in ogni inquadratura ma che dire della torta , dei libri e del cellulare di Waltz ? Gli abiti degli interpreti sono in questo caso da manuale ed il commento sul proprio modo di vestire di Rilley nel secondo tempo esemplare . Con queste poche righe volevo solo sottolineare che i dialoghi sono la spina dorsale del film ma tutto il contorno è ( volutamente ) all’altezza e da apprezzare in una seconda visione.

  3. Stefania / 19 settembre 2011

    E’ vero: è un film da gradevole “seconda visione”! E bisognerebbe approfittarne, per appuntarsi alcuni dialoghi.

    Scusa il puntiglio, ma… la Canonero è costumista, non scenografa 😉 Sono noiosa, lo so! 😀

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