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Recensione su Arrival

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Il migliore dei mondi possibili / 29 gennaio 2017 in Arrival

Quando si parla di alieni le direzioni che il cinema può prendere sono due: gli Alieni dei Simpson oppure quelli di Spielberg. Da una parte si può proporre quello canonico, dall’altra quello incompreso ma fondamentalmente buono. Ma non mi era mai capitato di vedere un film che pone l’enfasi invece sulla comprensione, dando prima di tutto una definizione dell’alieno, prima di giudicarlo. Infatti gli alieni che arrivano sulla terra, in questo Arrival, sono ambigui, in attesa di un giudizio. Incomprensibili quasi quanto gli esseri umani, che dal canto loro, sono divisi. Alcuni pensano di poter comunicare con questi alieni apparentemente docili, altri credono che ci sia dietro una trappola.
E se il problema della comunicazione è un rompicapo apparentemente insolubile, occorre un personaggio che sia in grado di fare da tramite. E quel personaggio è l’eroina Louise, interpretato da un’Amy Adams a dir poco grandiosa. Inizialmente mi è sembrato un film abbastanza noioso, seppur originale. La prima ora è scandita da un ritmo molto lento, l’immagine è spogliata di dialoghi complessi, è accompagnata dalla musica, più che dalle parole (Kubrick docet). E contro ogni mia aspettativa questo film è riuscito a sorprendermi, senza abbandonare la sua coerenza. Riesce ad offrire uno spettacolo, senza abbandonare quei capisaldi che costituiscono la grande fantascienza. Ossia prendere un elemento straordinario per ragionare su un concetto ordinario. E in questo caso il concetto ordinario è un tema che io personalmente adoro, ossia la possibilità di cambiare il passato.
Trionfale infine è l’affermazione che ogni cosa nella vita, per quanto dolorosa e inaccettabile, è andata come doveva andare.

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