Recensione su Woyzeck

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27 ottobre 2014

Klaus Kinski in WOYZECK, un film di Werner Herzog.

Dopo una settimana dalla fine delle riprese di Nosferatu, Herzog si mette alla lavorazione di Woyzeck, che viene ultimato in 18 giorni circa. Il film è tratto dall’omonimo frammento drammatico di Goerg Büchner, ed oscilla fra l’opera visionaria e la tragedia. Il regista si concentra con abilità e maestria sui volti degli attori, Kinski ed Eva Mates fra tutti, sulle loro espressioni e sulle loro emozioni. Emozioni che spesso diventano paure, sospetti, deliri. L’opera dunque è molto vicina all’espressionismo, filone che al nostro garbava parecchio, ed al naturalismo per il suo focalizzarsi agli ambienti circostanti la cittadina in cui è ambientata l’opera. Il risultato finale è un prodotto suggestivo e profondamente cupo. Allo spettatore quindi non resta che rassegnarsi di fronte al destino del protagonista, rimanere con l’amaro in bocca, in uno stato di perenne amarezza. I presupposti per gridare la parola capolavoro ci sono tutti e se avete già visto Kaspar Hauser o cuore di vetro avete capito di cosa sto parlando.

Il protagonista dell’opera è un certo Franz Woyzeck: Woyzeck è un uomo in divisa, è un soldato, eppure il nostro ha una sensibilità e delle caratteristiche che lo rendono diverso dai suoi simili. Al di là della sua funzione sociale, al di là della divisa che porta, Woyzeck è una specie di sensitivo. Egli è uomo con un potere, è in grado di percepire i segnali della natura. Segnali che l’uomo medio non riceve, emozioni che i contemporanei suoi non hanno modo di far proprie. Woyzeck ha in poche parole un lato animale che l’umanità ha perduto durante i secoli.
La sua qualità è allo stesso tempo una maledizione. Il suo riuscire a percepire, il suo sentire “le cose della terra”, gli procura seri problemi nell’ambiente in cui lavora. Di stanza in una guarnigione di una cittadina cecoslovacca, il soldato semplice Franz è vittima del suo capitano e del dottore che lo usa come cavia da laboratorio. I due lo violentano, lo privano della sua umanità (anche se volendo, Woyzeck è più un oltre-uomo), l’uno abusando del ruolo che ricopre nell’ambiente militare, l’altro abusando della scienza e delle conoscenze nelle sue mani. Entrambi, incarnano due volti della società, usano il proprio potere per monopolizzare, per modificare, per annullare quello che viene percepito come “alieno”. Woyzeck e la sua anomalia, in altre parole.
Lo troviamo, all’inizio dell’opera, oppresso ed alienato. E’ rassegnato alla sua esistenza da cavia da laboratorio (è costretto ad una dieta di piselli) e allo stesso tempo da carne da cannone. Mentre il corpo cede e la mente lo abbandona, la moglie Marie ha la brillante idea di tradirlo. Sa di comportarsi in modo sbagliato, lo rivela in una battuta “..sono una donna cattiva”, si vende e si svende per un paio di orecchini. Da questo momento la già instabile mente del protagonista subirà una ricaduta che lo porterà ad un susseguirsi di folli gesti, delle reazioni determinate dalla solitudine e dalla perdita della fiducia per l’unica persona a cui voleva davvero bene. Destinato ad un mondo di tenebra, condannato ad un’involuzione la quale lo porterà ad una fine inevitabilmente devastante, il nostro si libererà dall’oppressione ma ad un caro prezzo.. un prezzo compreso troppo tardi, quando non ci sarà tempo per il pentimento o per il perdono.

Lo sguardo della macchina da presa guidata da un giovanissimo Herzog, si dirige sull’uomo ed in particolare sul protagonista. Grazie alla straordinaria performance di Klaus Kinski il film diventa rappresentazione di un corpo umiliato disgregato, straziato dalla società. Una società che non comprende l’altro. Il film personale è frenetico ed angoscioso. La storia del protagonista, così tremenda, così misteriosa, sembra uscire da un brutto sogno. Woyzeck è un film impegnativo, è un film che fa male, è un film allucinato, frenetico, angoscioso. E’ un’opera composta in prevalenza da ambienti chiusi, da uomini che indossano maschere, da persone tese, sudate. Sudore, sangue e tanta amarezza in un finale che è già scritto dai primi attimi.

DonMax

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