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Recensione su Un gelido inverno

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23 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ree è una diciassettenne che vive nel, uhm, vive nel, boh, non ricordo, nella solita America di provincia, però già piuttosto verso il nord, verso il Canada, quella dura e fredda e boschi e colline. Vive con una madre catatonica e due fratellini da crescere, mentre il padre è uccel di bosco, ricercato da poliziotti e cattivi, tutti. E le ha pure ipotecato la casa, per cui per tenerla lei deve dimostrare che il padre è morto. Indaga nel vicinato, tra parenti con dei grugni da cinghiali sporchi, cugine con la cordialità di un wombat incazzato e amici che tanto amici non sono. Nessuno sembra volerla aiutare, si scopre che il padre, come quasi chiunque nella comunità, è bello avvoltolato nella produzione di una droga che chiamano crank e che non so cosa sia, ma che lì regge l’economia di tutto. E che è stato ammazzato perché ha sgarrato. Tutti la ostacolano, la riempiono di botte, ma lei, tumefatta e sanguinolenta e ostinata, va avanti. Quasi sembra uno di quei film misogini di Lars Von Trier, in cui la protagonista deve patire l’inferno prima di avere il premio. Scenone finale con lei che viene portata a recuperare la prova della morte del padre, le sue mani. Che lei stessa dovrà tenere, ghiacciate in fondo a un lago, mentre vengono motosegate. Ouch! Il tutto su questo sfondo di personaggi e musiche e paesaggi country e gelato, catapecchie in cui si muore di freddo e di fame e persone di cui fidarsi una o due su cento che ce ne sono. Dai che ja famo ma che fatica.

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