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Recensione su Vita di Pi

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23 febbraio 2013

Ang Lee trasporta su schermo una storia dai presupposti semplici ma con grandi intenzioni. Il film è attraversato tutto il tempo da un sottotesto religioso esplicitato fin dall’inizio che guida l’azione e accompagna le peripezie di Pi, prima bambino e poi ragazzo, indiano, credente in 3 religione, fortemente affascinato dalla fede e in seguito naufrago nel Pacifico con Richard Parker, la tigre dello zoo del padre, la tigre più umana e al tempo stesso più bestiale della storia del cinema degli ultimi anni. Mi sono innamorata di questo animale, così perfetto e affascinante, figlio di una CGI eccellente, che rende le movenze, gli occhi, gli scatti e perché no la personalità di Richard al meglio, facendo dimenticare a chi guarda che con l’attore ( esordiente e bravo) effettivamente non c’è nessuno sulla scialuppa. Visivamente spettacolare, bello come un quadro, accompagnato da una OST dolce ed evocativa, presenta uno script che ha il grande vantaggio di attingere, credo, da un romanzo che non obbliga lo spettatore verso una direzione o un altra, e come dice lo stesso Pi, sta a chi ascolta decidere quale storia accettare e di conseguenza se e come credere in Dio. Il relativismo in questo caso premia, e lascia che l’attenzione sia concentrata anche sul rapporto tra Pi e Richard Parker, così bello e capace di farmi scendere anche un lacrima al momento della sua fine, e in generale sulla magnificenza estetica di un’opera grande e riuscita.

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