Recensione su Il cavallo di Torino

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5 maggio 2015

Il grande fisico italiano Enrico Fermi, nel proporre il paradosso che porta il suo nome, si chiedeva dove fossero tutti quegli alieni che dovrebbero popolare l’Universo, viste le teorie che davano per scontata la vita extraterrestre, considerata la grandezza pressoché infinita dell’Universo.
Una delle soluzioni più ironiche fu fornita dal suo collega Leo Szilard: sono già tra noi e si fanno chiamare ungheresi!
Uno di questi alieni è sicuramente Bela Tarr, o almeno così devono aver pensato coloro che si sono avvicinati al film senza conoscere lo stile del cineasta di Pecs.
Il cavallo di Torino, nel prendere spunto da un episodio realmente accaduto nel capoluogo piemontese e che vide coinvolto il filosofo tedesco Nietzsche, fornisce l’ennesima variazione sul tema di un argomento caro al regista: l’Apocalisse dell’Uomo (intesa in senso principalmente morale), un Giudizio Universale senza santi né demoni, in cui l’Uomo si trova a fare i conti con la solitudine dell’esistenza e con la propria ineluttabile fine.
La prima parte della pellicola non può non apparire un esercizio di stile protratto agli estremi, un virtuosismo estetico-intellettuale sicuramente non adatto ai più.
Soltanto dopo un’ora di ermetismo, di rappresentazione della banalità del quotidiano (una ripetitività disarmante ma efficace), si giunge al punto.

Eppure il film potrebbe benissimo anche essere visto, depurandolo da qualsiasi interpretazione trascendente, come un affresco dell’esistenza umana (e in particolare della povertà), di un realismo talmente esasperato da volersi confondere esso stesso con la realtà.
La stessa patata bollita tutti i giorni.
Lo sguardo perso fuori dalla finestra ad osservare il nulla.
I rituali della vestizione, della raccolta dell’acqua dal pozzo, della pulizia della stalla.
L’oscurità che nel finale scende misteriosamente sui protagonisti corrisponderebbe, a questo punto, alla presa di coscienza della pesantezza della propria esistenza, una conclusione a cui il cavallo era già giunto qualche tempo prima con la decisione di lasciarsi vincere dall’inedia.

Un film decisamente impegnativo, come tutti quelli di Tarr, ma che regala innegabilmente delle soddisfazioni estetico-visive per chi riesce a resistere alla sfida intellettuale lanciata dal regista.
La fotografia, nel solito bianco e nero molto contrastato, e l’ambiente domestico donano impressioni caravaggesche.
Un motivetto estraniante (ma particolarmente adatto alla situazione) si alterna al rumore del vento che spazza incessante la campagna di un luogo che è un non-luogo (tanto che i protagonisti non riescono ad allontanarsene quando prendono la decisione di abbandonare la casa).
Dialoghi pressoché inesistenti, se si eccettua il lungo, accaldato monologo del visitatore.
Una voce fuori campo poetica in un ungherese armonico e musicale.
Per il resto è il solito, visionario Tarr dei lunghissimi eppur così fluidi pianosequenza.
Resta la sensazione che Satantango sia decisamente superiore, nonostante la durata quasi triplice (oltre 7h contro le 2 e mezza di A Torinoi Lo) lo renda (apparentemente) ancor più ostico.
Ultima opera di Bela Tarr, che dopo di essa (premiata a Berlino con l’orso d’argento, gran premio della giuria) ha annunciato il ritiro dalla regia.

1 commento

  1. Jack / 4 marzo 2016

    @hartman Mi è piaciuto molto il tuo riferimento a Caravaggio, infatti è curioso vedere come nella Conversione di san Paolo del pittore milanese il protagonista sia un cavallo, che ruba la scena a tutti gli altri personaggi, proprio come in questo film a mio avviso.

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