Recensione su The Blind Side

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27 Gennaio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La prima scena, i primi 5 minuti, sono la perfetta apertura per il film.
Una serie di immagini relative al football, con la voce fuori campo di Sandra Bullock, che ci introduce al contesto della narrazione, spiegandoci cos’è, nel football appunto, il “lato cieco” che tanto sarà determinante nella storia e, soprattutto, mostrandoci il “nostro” Michael.
Un incipit efficace ed evocativo, perchè affida a parole ed immagini, non solo ad uno di questi due elementi, il difficile ruolo di rapire da subito lo spettatore e, al contempo, di fornirgli delle informazioni fondamentali per la storia, che, altrimenti, avrebbero richiesto noiose e prolisse spiegazioni inserite a forza durante il primo atto.
Poi, una scena completamente diversa, un ufficio, una donna dallo sguardo duro e il nostro Michael, visibilmente in difficoltà.
Punto.
Si parte con la storia che, come è semplice intuire, inizia prima di quanto abbiamo appena visto.
Premetto che il film mi è piaciuto, forse più di quanto il voto esprime, ma non ho potuto fare a meno di provare fastidio, e, di conseguenza, di penalizzarne la valutazione, per come è stato gestito il terzo atto, in modo veramente sbrigativo e superficiale. Ma ci arriverò, partiamo dal principio.
La cosa che ho preferito del film è la storia.
Ora, si potrebbe obiettare che, trattandosi di una storia vera, ci sia poco da accreditare al film da questo punto di vista, ma io sono di un avviso diverso.
E infatti, in primo luogo, per quanto una storia realmente accaduta possa essere bella e appassionante, è sempre necessario che lo sceneggiatore, prima, ed il regista, poi, la modellino in una chiave prettamente drammatica, con alcuni interventi mirati, sottraendo, aggiungendo o smussando dove necessario, al fine proprio di renderla adatta ad una trasposizione cinematografica.
A questo va poi aggiunto il principio, a mio avviso fondamentale, e che racchiude quanto appena detto, per cui non è la storia in sè, ma come viene raccontata, a fare la differenza.
E in questo caso devo dire che la storia è raccontata, almeno per due terzi del film, davvero molto bene.
Michael Oher è un giovanissimo ragazzo di colore nato e cresciuto in una realtà di completo sbando e precarietà, in un quartiere malfamato di Memphis, con una madre vittima di diverse dipendenze e scelte sbagliate, costantemente abbandonato a se stesso.
Tanto è forte e imponente nella figura, quanto, poi, in realtà, totalmente indifeso ed in balia degli eventi.
La storia inizia quando un uomo, che si occupa di Michael in via provvisoria, riesce, convincendo il coach delle sue innate doti atletiche, a fare ammettere il ragazzo in una scuola privata d’elite.
Michael comincia così a frequentare questo prestigioso liceo, apparendo, fin da subito, quanto mai un pesce fuor d’acqua, con serie difficoltà di apprendimento e di socializzazione.
Non ha un posto dove andare (l’uomo di prima, purtroppo, viste le insistenze della moglie, non può tenerlo in casa) e tutto ciò che possiede è in una busta di plastica che porta sempre con sè.
Ma la provvidenza è dietro l’angolo, e Michael verrà accolto in casa dalla ricca famiglia Tuohy, su spinta di Leigh Anne Tuohy, personaggio interpretato dalla Bullock.
Da qui la vita di Michael cambierà, soprattutto viste le sue eccezionali doti nel gioco del football…
E’ una storia che parla al cuore dello spettatore, facendolo confrontare con temi forti e al contempo molto vicini a noi, senza mai smettere di raccontare in favore di una facile morale.
Non è facile trovare film che trattano temi delicati come l’emarginazione sociale e i pregiudizi senza scadere in toni decisamente didascalici e moralistici, ma questo ci riesce.
Non è una morale quella che viene offerta allo spettatore, bensì una storia che ha un sapore particolare e al contempo universale, e che non può lasciare indifferenti.
Non mi addentrerò ulteriormente nel riassunto della storia, per comprensibili motivi, ma mi soffermerò su un altro elemento che ho apprezzato in modo particolare, ossia la caratterizzazione dei personaggi e la resa delle loro interazioni.
Sandra Bullock è stata davvero bravissima.
Non so se la sua interpretazione meritasse effettivamente l’Oscar vinto, ma ritengo che sia stata perfetta nel dare corpo e voce ad un personaggio affatto semplice da interpretare.
Leigh Anne Tuohy, infatti, è una donna volitiva, con una determinazione ferrea e una sfrontatezza che la fa arrivare a chiamare al cellulare il coach della squadra di football DURANTE UNA PARTITA per rimproverarlo della tattica adottata…
E’ una donna con un forte senso di giustizia, che non si ferma di fronte ai pregiudizi e ai vuoti luoghi comuni di cui si “vestono” le sue amiche, scegliendo invece di seguire la spinta del suo cuore, decidendo di aiutare un ragazzo meno fortunato, ma non per questo meno meritevole.
Ma Leigh Anne è anche una donna estremamente tenera e fragile.
Questa ambivalenza, vi assicuro molto netta, è stata resa alla perfezione dallo sceneggiatore e incarnata ancor meglio dalla Bullock, che ci ha regalato una performance perfetta, senza sbavature e davvero credibile, oltre che molto “divertente”.
Altro personaggio caratterizzato davvero bene è quello del fratellino acquisito di Michael, S.J. Tuohy.
Avrebbero potuto ripiegare sul classico stereotipo del fratellino più piccolo, indifeso, magari vittima di bulli, che avrebbe potuto elevare Michael ad eroe e difensore.
Ed invece si è preferito (non so quanto ci sia di vero, ma suppongo che qualche “licenza poetica” se la siano ritagliata) delineare un personaggio vitale in ogni senso, sveglio, acuto e molto scafato, capace di prendere per mano Michael e di guidarlo nel nuovo mondo che gli si apre davanti.
Eh sì, perchè, se S.J. è intraprendente e del tutto a suo agio con la nuova dimensione familiare, oltre che in qualsiasi contesto nuovo ed esterno, Michael è del tutto impacciato, sempre ritroso nei confronti dei cambiamenti e totalmente privo di consapevolezza delle proprie capacità.
E allora è con scelta sapiente che il film rende il contrasto tra i due personaggi, mostrandoci un rapporto meraviglioso, in cui il più piccolo prende per mano il più grande, a dimostrazione che la vita è un percorso tortuoso, che non sempre parte per tutti alla stessa velocità, e non è l’età, né il ruolo, a fare una persona.
Fantastica la scena in cui S.J. insegna a Michael gli schemi con i barattoli trovati in casa, per non parlare di quelle in cui tratta con i manager delle diverse squadre di football interessate al fratello.
Un degno figlio di sua madre.
Il film, dunque, parla di famiglia, di amore, di opportunità.
Non c’è passato che l’amore non possa superare o ostacolo che la volontà non possa abbattere e, soprattutto, ognuno di noi ha il suo talento e, con le giuste opportunità, può metterlo a frutto.
Michael è protettivo. Non è un cagnaccio da campo da football. Non insegue il rumore delle ossa rotte o dei lamenti degli avversari. Lui difende le persone che ama. Qui sta la chiave di volta nella storia, qui sta la svolta nella vita di Michael.
Una storia davvero molto bella e dei personaggi ben calibrati (anche il padre e la sorella acquisiti di Michael sono discretamente caratterizzati), oltre che una regia che, a mio parere, fa il suo in modo egregio, renderebbero senza dubbio il film un must del genere, se non fosse, e qui sta il neo principale che ho riscontrato, per il terzo atto.
Vi ricordate la donna dura nell’ufficio di cui ho scritto all’inizio?
Ecco, senza svelarvi altro, vi dico solo che quella scena verrà ripresa verso la fine del film e che, se il proseguio della storia fosse stato gestito in modo graduale, con un climax crescente, probabilmente avrebbe potuto avere anche un buon impatto drammatico.
Purtroppo, forse per fretta, forse per accordare maggiore preferenza agli aspetti più prettamente “sentimentali” dell’ultima parte del film, si è scelto di prendere un ottima premessa narrativa, che, bene o male, aveva instillato nello spettatore il ragionevole dubbio che ad attenderlo ci fosse uno sviluppo interessante, facendolo stare quasi “in guardia”, attento a non adagiarsi troppo sulla poltrona, e si è ritenuto di chiuderla con una velocità degna del migliore scatto di Usain Bolt.
Come si fa, dico io, a prendere una storia ampiamente indirizzata verso un epilogo di felicità e successo, e a bloccarla, improvvisamente, inserendo un conflitto apparentemente interessante, in grado di far deviare il treno della trama dai tranquilli binari intrapresi, senza risultare affatto fuori luogo, e, poi, a srotolare tutta questa premessa in 10 – 15 minuti di improbabili scene infarcite di luoghi comuni e superficialità?
Dalla “fuga” nei bassi fondi, passando per il ritrovamento, per giungere al colloquio finale con la donna dell’inizio: tutto evitabile. Era meglio chiudere la storia mezz’ora prima, almeno non avrebbero regalato allo spettatore un brusco risveglio, con conseguente distacco dalla storia e montante frustrazione.
Peccato.
Il film, comunque, nel complesso, mi è piaciuto.
Non ne rimpiango la visione e, anzi, lo consiglio: credo infatti che una storia del genere meriti assolutamente un’attenta visione, senza contare gli altri elementi positivi che ho citato, che comunque rimangono e non perdono efficacia.
Avrebbe potuto meritare un 8 pieno, e invece si attesta su un 7 scarso, dovuto soprattutto al profondo interesse che ha suscitato in me la storia e il modo in cui, fino al terzo atto, è stata narrata.

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