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Recensione su Source Code

/ 20117.1456 voti

Questo sarebbe un 6,5 / 2 maggio 2011 in Source Code

Più soldi, più pubblico, meno inventiva, ma sicuramente almeno poca banalità.

Il nuovo film di Duncan Jones si apre con spettacolari vedute di Chicago che accompagnano i titoli di testa e restituiscono la vertigine delle metropoli moderne per poi chiudersi, letteralmente, in ambienti angusti e soffocanti da cui non si può scappare. Preciso in molti punti, questa volta si parla di realtà parallele, dei multiversi, ma anche della costruzione del reale effettuato dal cervello secondo gli stimoli che riceve, della possibilità di avere altre occasioni e di ricominciare.
Jones coniuga un piccolo giallo alla ricerca del colpevole, con una colonna sonora molto Hermanniana, con il vero quest del film: la verità da scoprire non riguarda propriamente terroristi e bombe, ma se stessi. Come in Moon il personaggio è intrappolato in un ingranaggio che lo sdoppia, anzi lo moltiplica, in una dimensione parallela e gli nega la verità su se stesso: ancora Dick dunque, con il senso di morte che permea tutti (e si muore sempre tante volte in maniera molto realistica) e un lato cospiratorio e politico che si svela piano piano. Se non è proprio una variazione sul tema, sembra però che il nocciolo di cosa sia l’uomo, cosa siano i ricordi, le relazioni e la coscienza, come questi possano essere manipolati e distorti, come sia intangibile e precario il reale è il senso dominante della ancor breve cinematografia di Jones. Interessante.
Bravi gli attori, con la Farmiga che sostituisce il computer di Moon mostrando il lato umano dell’istituzione militare.

Eppure Moon aveva dalla sua una poesia visionaria davvero forte, una impronta visiva molto robusta. Qui forse la pecca è nell’aver prestato meno attenzione a questo aspetto.

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