Recensione su La città incantata

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24 febbraio 2011

La storia della piccola Chihiro inizia con un importante cambiamento nella sua vita: sta per raggiungere la sua nuova casa, ma non è affatto entusiasta e stringe triste tra le mani il mazzetto di fiori che il suo amichetto le ha regalato come regalo di addio.
Attratti da un singolare luogo che pare disabitato, i genitori di Chihiro decidono di fermarsi per curiosare un poco nelle strade di ciò che appare un parco di divertimento caduto in disuso. Curiosamente c’è ancora un ristorante aperto e i due adulti si fermano a mangiare mentre la bimba si aggira per le vie di questo posto strano.. è a questo punto che avviene l’incredibile: calano le tenebre, migliaia di inquietanti spiriti compaiono da tutte le parti e la città incantata appare circondata da una distesa di acqua. Chihiro, spaventata, torna dai suoi genitori che nel frattempo si sono però trasformati in due disgustosi maiali che ancora ingurgitano cibo. Sarà Aku, misterioso ragazzino con la capacità di trasformarsi in drago, ad aiutare Chihiro a cavarsela in quel luogo che pare ostile agli esseri umani e che si rivela essere un centro termale per gli spiriti. La ragazzina dovrà trovarsi un lavoro firmando un contratto con la cattiva strega Yubaba che le ruberà il nome: da questo momento Chihiro si chiamerà Sen. Riuscirà Chihiro a non dimenticare il suo nome, a tornare a casa e a riportare mamma e papà alle sembianze normali?

Il regista Hayao Miyazaki ha una carriera di tutto rispetto: troviamo la sua collaborazione in serie animate di successo quali Heidi e Dagli Appennini alle Ande, ma la prima serie interamente sua è Conan il ragazzo del futuro che risale al 1978. Nel 1982 pubblica anche un manga, Nausicaa della valle del vento, incentrato sulle problematiche ambientaliste e che diventerà anche un film animato. Nell’85 fonda un proprio studio di produzione, lo studio Ghibli, dal quale nascono i lungometraggi Laputa, Kiki’s delivery service, e il bellissimo La principessa Mononoke.
Ma il capolavoro di Miyazaki è La città incantata che esce in Giappone nel 2001 ed è il primo lungometraggio giapponese ad aggiudicarsi l’oscar come migliore film di animazione.

Ciò che immediatamente colpisce è l’ alta qualità dei piacevoli disegni e della fluida animazione, ma La città incantata è anche una bella storia di formazione: l’ avventura di Chihiro è il viaggio simbolico dall’età dell’infanzia a quella dell’adolescenza, quella in cui si deve imparare a camminare per la propria strada in modo autonomo dai propri genitori (la ragazzina si ritrova infatti improvvisamente sola ad affrontare i propri problemi), ma senza dimenticare le proprie radici (Chihiro non deve dimenticare il proprio nome).

Numerosi sono i rimandi alla mitologia e alla cultura sia occidentale che orientale: Chihiro è un po’l’Alice nel paese delle meraviglie nipponica; la città incantata ha in comune con il mondo di Lewis Carroll personaggi e situazioni bizzarri e assurdi, ma ha anche elementi inquietanti che credo potrebbero impressionare i bambini più piccoli. Rimandi alla mitologia occidentale sono la trasformazione dei genitori di Chihiro in maiali proprio come i compagni di Ulisse vittime della maga Circe e, nel finale, l’avvertimento di Aku perché Chihiro non si volti mai indietro ricorda la storia di Orfeo che cercò di riportare sulla terra l’amata Euridice.
La moltitudine di spiriti di cui facciamo conoscenza appartiene al bagaglio culturale della cultura giapponese: una delle presenze più significative è il dio del fiume, scambiato inizialmente con lo spirito del cattivo odore: una parabola che insegna a Chihiro a non giudicare dalle apparenze. Altro curioso personaggio è lo spirito Senza Volto, strana creatura capace di creare pepite d’oro: da solitario essere si trasforma in un mostro che ingurgita di tutto e che regala oro attorniato da una folla delirante in cerca di ricchezze: sembrerebbe trattarsi di un monito al consumismo e l’avidità umana.

Difficile trovare un difetto a questo eccellente anime: l’unico elemento che potrebbe far torcere il naso è un certo buonismo alla disney che colora di retorica alcune battute dei personaggi, ma è bene poca cosa per un film che vale davvero la pena guardare per la meraviglia dei colori, per i suoi buffi attori, per la magia che sprigiona

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