Recensione su Dietro la porta chiusa

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13 luglio 2011

Imprudente; questo il rimprovero più blando che possiamo muovere a Lang per quanto riguarda “Dietro la porta chiusa”.
Troppo in là si è spinto, troppo, davvero, ha osato, e pure male, senza grazia e senza alcun senso della misura.
Psicoanalisi spicciola (pur ammettendo che vi sia del fascino in certe teorie, Lang non ha saputo rendere il film verosimile) e troppe, inutili, strizzatine d’occhio a Hitchcock ed al suo “Rebecca” (che a questo film è indubbiamente superiore), con le sue stanze chiuse e l’incendio finale, per un film che, ben avviato, finisce per deragliare ben prima della metà. La conclusione, poi, è l’apoteosi dell’assurdo; appena giunta alla fatidica scena (che, non nego, raggiunge un livello di apprezzabile tensione), mi sono resa conto del fatto che l’avevo già beccata, su qualche canale televisivo, anni fa.
Questo spiacevole déjà vu non ha fatto altro che confermarmi ciò che sospettai già quella prima volta: non si tratta di un film degno del Lang di “Metropolis” e di “M”.

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