Dietro la porta chiusa

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Dietro la porta chiusa

Dopo appena pochi giorni di conoscenza Celia e Mark decidono di sposarsi e di trasferirsi nella spaziosa villa dell'uomo. Man mano Celia fa la scoperta di alcuni lati misteriosi legati alla casa e al novello sposo, come la sua collezione di stanze che ricreano le scene di famosi delitti. Tra queste ce n'è una la cui porta non deve mai essere aperta...
icarus ha scritto questa trama

Titolo Originale: Secret Beyond the Door
Attori principali: Joan BennettJoan BennettMichael RedgraveMichael RedgraveAnne RevereAnne RevereBarbara O'NeilBarbara O'NeilNatalie SchaferNatalie SchaferRosa Rey, Mark Dennis, Anabel Shaw

Regia: Fritz LangFritz Lang
Sceneggiatura/Autore: Rufus King, Silvia Richards
Colonna sonora: Miklós Rózsa
Fotografia: Stanley Cortez
Costumi: Travis Banton
Produttore: Fritz Lang, Walter Wanger
Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Thriller, Poliziesco
Durata: 99 minuti

Dove vedere in streaming Dietro la porta chiusa

Thriller mélo irrisolto / 9 Marzo 2016 in Dietro la porta chiusa

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un pasticciaccio in chiave pseudo-psicanalitica che pecca soprattutto quando si concentra sul desiderio muliebre di comprendere il trauma del marito, tramutandosi in sciacquatura mélo.
Mi dispiace liquidare Lang in tale maniera, ma questo thrilleraccio mi ha delusa molto, in particolar modo perché l’ho trovato irrisolto su tutti i fronti, incapace di dare corpo agli innumerevoli spunti narrativi proposti.

Il conflitto tra Marco (Redgrave) e il figlio, per esempio, è inconsistente, limitato ad uno schiaffone e ad una ambigua remissività del ragazzo: questi sembra celare turbamenti decisamente profondi, ma essi non vengono affatto indagati. Il giovane viene descritto in maniera molto diversa da persone differenti, ma nulla viene chiarito su questa duplice percezione che la gente ha di lui.
Personaggi di contorno come quelli della sorella dell’architetto e della sua assistente, in realtà fondamentali nello sviluppo e nell’epilogo della vicenda, restano puntualmente sullo sfondo, privi di qualsiasi spessore.
Ma anche il protagonista maschile, il citato Marco, è puro involucro, la sua “malattia” e le sue monomanie hanno origini interessanti, eppure ridicole.
La Bennett impersona Cecilia, una donna che potrebbe fare della propria vita ciò che vuole, in virtù delle libertà economiche di cui gode, ma che si lega seduta stante ad un uomo sconosciuto: col senno di poi, l’irrazionalità del suo gesto sembra sottendere la fragile struttura dell’intero film, che -per via di questo e altri numerosi dettagli, in primis la figura di Barbablù- non nego avermi ricordato sensibilmente quella del recente Crimson Peak di Guillermo Del Toro.

Sono rimasta interdetta, infine, sulla risoluzione della vicenda: Marco ha o non ha ucciso la prima moglie? Nessuno indaga in merito e il figlio che lo accusa del delitto evapora, letteralmente, dalla pellicola: l’ammmore di Cecilia svela l’origine di un dramma che affonda le proprie radici nell’infanzia dell’uomo, ma che sembra occultare le colpe oggettive che egli potrebbe aver commesso. Mah.

Nel complesso, salvo solo l’eleganza della confezione, l’uso dei chiaroscuri, alcuni dettagli della sequenza onirica in cui Marco si rivolge ad un’ipotetica giuria (i volti dei giurati, caratterizzati da silhouette scure attraversate da orbite vuote, incutono disagio) e la creazione della tensione (alleluia) nella scena del disvelamento. Curiosamente fetish l’esibizione del corpo della Bennett, con seni puntuti e ammiccanti sotto tessuti leggeri, drappeggi che rendono il fisico dell’attrice una sorta di scultura art déco in movimento.

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26 Febbraio 2012 in Dietro la porta chiusa

giallo psicologico più che dignitoso anche se visto con gli occhi di oggi fin troppo semplice

13 Luglio 2011 in Dietro la porta chiusa

Imprudente; questo il rimprovero più blando che possiamo muovere a Lang per quanto riguarda “Dietro la porta chiusa”.
Troppo in là si è spinto, troppo, davvero, ha osato, e pure male, senza grazia e senza alcun senso della misura.
Psicoanalisi spicciola (pur ammettendo che vi sia del fascino in certe teorie, Lang non ha saputo rendere il film verosimile) e troppe, inutili, strizzatine d’occhio a Hitchcock ed al suo “Rebecca” (che a questo film è indubbiamente superiore), con le sue stanze chiuse e l’incendio finale, per un film che, ben avviato, finisce per deragliare ben prima della metà. La conclusione, poi, è l’apoteosi dell’assurdo; appena giunta alla fatidica scena (che, non nego, raggiunge un livello di apprezzabile tensione), mi sono resa conto del fatto che l’avevo già beccata, su qualche canale televisivo, anni fa.
Questo spiacevole déjà vu non ha fatto altro che confermarmi ciò che sospettai già quella prima volta: non si tratta di un film degno del Lang di “Metropolis” e di “M”.

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