Recensione su La chiave di Sara

/ 20116.8138 voti

La chiave di sara / 30 Marzo 2012 in La chiave di Sara

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il film intreccia la storia di Sara e quella di Julie, le immagini passano dall’una all’altra senza sbalzi, in un perfetto amalgamarsi si sequenze e creando un gioco di fughe e rincorse e giochi di colore. Il presente dai toni freddi e distaccati di Julie che deve affrontare i suoi problemi familiari… e il passato, raccontato da toni più caldi e seppiati, che come una vecchia fotografia, racconta storie tragiche. E mentre Sara cerca di scappare dal suo dramma, non completamente consapevole di quello che sta succedendo, ma con la necessità di andare a recuperare il suo fratellino… Julie sembra rincorrerla, alla ricerca della sua storia, e della verità che in qualche modo unisce le loro famiglie e che potrebbe sconvolgere la vita della sua famiglia.
Da una parte troveremo Julie che, con le sue interviste e le sue domande, scaverà a fondo nella storia di quei giorni terribili, nelle storie delle persone che l’hanno vissuta. Nei loro sentimenti e in quello che provarono, nella loro immobilità davanti agli eventi. La vedremo districarsi nei dubbi e nelle domande sulle persone che erano presenti e che scelsero di non fare niente. Confrontarsi con la sensazione di come sia facile parlarne oggi, e schierarsi, e di come doveva essere dover fare una scelta in quel momento, con le storie che giravano, con le manipolazioni, con la paura. Cosa avrebbe fatto lei?

Intervistata: L’ingresso del velodromo era su questa strada, qui davanti, da qui si sentiva tutto. E poi, in capo a due giorni, abbiamo dovuto chiudere le finestre, anche di notte.
Julie: A causa del rumore?
Intervistata: Dell’odore. Non potete neanche immaginare.
Julie: Si. E gli abitanti del quartiere… non si chiedevano cosa succedesse all’interno? Hanno almeno provato a capire?
Intervistata: A capire?! Dopo è sempre più facile capire. All’epoca si sentivano tante storie sugli ebrei. Cosa voleva che facessimo? Che chiamassimo la polizia?

Dall’altra parte c’è Sara con la sempre più disperata voglia di fuga che l’accompagna, nella speranza di salvare il fratellino. Non pensa tanto a se stessa quanto a lui, che lei stessa ha rinchiuso nell’armadio cercando di salvarlo dagli eventi. Inizia a capire quello che ha fatto quando legge la disperazione negli occhi dei genitori. Quando il padre dice alla polizia di andare ad arrestare il figlio. Pochi giorni dopo, mentre le famiglie venivano deportate, Sara e un’altra bambina trovano il momento adatto per tentare la fuga. E in quel momento si apre un barlume di speranza e di umanità, quando uno dei poliziotti che li teneva d’occhio, le lascia fuggire… e nelle persone che le aiuteranno.
Il film infondo parla di questo, dei dubbi su quello che poteva essere fatto, sul coraggio delle persone che qualcosa, nel loro piccolo, hanno fatto. Non è un film che parla della guerra o della deportazione, non direttamente. Sono argomenti che vengono sfiorati e fanno da contorno e da sfondo (pur ogni tanto entrando di prepotenza nella scena) al dramma di una bambina che si attaccava disperatamente alla chiave che teneva nascosta, e con essa alla speranza. Non viene narrata la guerra e l’orrore quanto i sentimenti che questa ha scatenato, in chi è stato deportato e in chi è rimasto, con i suoi sensi di colpa. L’orrore della grande vicenda sembra quasi venire ridotto per concentrarsi su Sara e sul suo tormento interiore di sopravvissuta con un grandissimo peso sulla coscienza, sulla sua piccola storia dentro la grande storia. Ed è un film che cerca di parlare della questione morale dietro una tragedia, di persone che hanno voltato le spalle facendo finta di niente e rendendosi complici dell’orrore. Ma insinua anche il dubbio… perché in fondo, se ai giorni nostri è facile parlare, ma forse non era così semplice agire quando le cose accadevano.

Alexandra: Il tuo articolo è straordinario Julia. Se penso che tutto questo è successo nel centro di Parigi, sotto gli occhi di tutti. E’ assolutamente disgustoso.
Julie: E tu… che cosa avresti fatto?
Alexandra: Che vuoi dire?
Julie: Se fossi stata lì, come puoi sapere che cosa avresti fatto?
Ed in fondo, è tutto lì. Come potremmo sapere che cosa avremmo fatto? A tutti piace pensare che ci saremmo comportati in modo diverso, che qualcosa avremmo fatto, anche solo nascondere un bambino, proteggere una sola persona, dire una sola parola. Ma sarebbe stato così?

Un film non può spiegare gli eventi, questo film non pretende neanche di farlo. E’ un film che vuole solo raccontare una storia nella storia, e di come una ricerca e una scoperta possano influenzare la vita di una persona, cambiarne le priorità e modificarne i valori. Può piacere o non piacere, a qualcuno potrà sembrare una banalizzazione di un evento tragico, un cercare di nascondere il vero male dietro una storia che tutto sommato cerca di parlare del bene. Ma se non altro, il film raggiunge uno scopo:

Joshua: Voglio un pezzo sulla sentenza a favore della figlia di quella deportata che ha citato il governo e le ferrovie francesi.
Julie: Hanno vinto?
Joshua: Ultim’ora. Credo che il discorso di Chirac del ’95 al Vel d’Hiv abbia dato i suoi frutti.
Alexandra: Chirac al cosa?
Joshua: Vel d’Hiv.
Alexandra: Come si scrive?
Joshua: Stai scherzando vero?
Mike: Cosa era successo?

Riportare alla luce, per non dimenticare. Perché…

Julie: A volte le storie che non riusciamo a raccontare, sono proprio le nostre. Ma se una storia non viene raccontata, diventa qualcos’altro. Una storia dimenticata.
Quando una storia viene raccontata non può essere dimenticata, diventa qualcos’altro, il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare

Aggiungo una nota sugli attori. Grande interpretazione di Mélusine Mayance, il cui sguardo nei primi piani riesce a esprimere molto più di tante parole. E sempre molto brava Kristin Scott Thomas.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext