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Recensione su Quello che so sull’amore

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26 febbraio 2014

Perchè Gabriele, perchè?
Terza “fatica” hollywodiana dell’italianissimo Muccino che, con “La ricerca della felicità” e “Sette anime” mi aveva commossa e rapita e che con questo film è invece riuscito a lasciarmi una sensazione mista di indifferenza e incredulità.
Intendiamoci, il problema non è il cambio di genere, ben venga anche un film più “leggero”.
Che poi per Muccino il tema dell’amore e della famiglia non è affatto nuovo, basti pensare a “Ricordati di me” o “L’ultimo bacio”.
Ma se in quei film, nonostante io non sia una grande estimatrice della sua idea profondamente pessimistica dei rapporti umani, Muccino ha espresso una sua intima visione, in questo film scivola tutto via in modo assolutamente indolore, senza colpo ferire.
L’impressione che ho avuto è che la pellicola sia un gran carrozzone con tanti nomi importanti e poca sostanza, ricca di stereotipi e vuota di contenuto, in cui i cambiamenti e le redenzioni personali lasciano spazio agli ammiccamenti e ai colpi di testa, come se tutto si muovesse solo sulla superficie, senza minimamente intaccare la profondità dei rapporti umani.
G. Dryer (un quanto mai sornione G. Butler) è un ex calciatore professionista che, a causa di un infortunio, è costretto a ritirarsi dal calcio, andando lentamente alla deriva e trovandosi pieno di debiti e alienato da suo figlio e dalla sua ex moglie.
Decide allora di riavvicinarsi a loro, iniziando, più per caso che per una precisa scelta, ad allenare la squadra di calcio del figlio.
Qui si apre la strada per una serie di clichè e di insipide trovate, con le mamme degli allievi che insidiano George come le api il miele, come se fosse l’unico uomo in tutta L.A. con un minimo di sex appeal. Mah…
Il film prosegue tra un tentativo di seduzione (quasi sempre a buon fine) e l’altro, con George che tenta di farsi assumere dalla ESPN come telecronista e di recuperare il rapporto con il figlio e con la sua ex.
Altro clichè che il film ci regala è quello per cui se anche stai tentando di redimerti finirai nei guai per l’unica cosa che in realtà non è stata colpa tua, così mandando a monte tutti i progressi (peraltro inspiegabilmente) fatti fino a quel momento. Ottimo, ecco come prendere lo spettatore e sventolargli sotto il naso la profonda finzione di tutto quello che sta guardando, ottimo davvero.
L’epilogo è il culmine di tutta questa insipida favoletta, con dei personaggi stereotipati e vuoti che si ritrovano in un determinato “punto” solo per volere di una mano esterna e non perchè ci siano arrivati.
Manca un’evoluzione dei personaggi, manca una storia con una qualche sostanza, e, soprattutto, gli attori li ho trovati davvero poco convincenti. Qualcuno dica a J. Biel che esistono diversi tipi di espressione, magari potrebbe giovarle.
Insomma, film evitabilissimo e inspiegabile scivolone di un regista che, nella sua trasferta hollywoodiana, mi aveva regalato due ottime pellicole, davvero meritevoli di attenzione e considerazione.

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