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A che punto è…il giallo? / 26 maggio 2014 in Psyco

Ci sono film, o opere, che dir si voglia, che fanno giustamente parte dell’immaginario collettivo, storie che ci sembrano essere nate insieme al pianeta terra, se non prima, film dal così forte impatto sociale da venire considerati, per l’appunto, imprescindibili. E’ il caso, senza troppe discussioni in merito, di “Psycho”, autentico capolavoro di Alfred Htichcock e caposaldo di un genere: il giallo, il thriller o crime movie, a voi la scelta. Se ne sentono molte, troppe su questo film, il quale passa da continue e giustificate venerazioni a discutibili e frettolose stroncature figlie della fracassona e distratta ‘Era moderna’ della settima arte o suggerite, probabilmente, dal mito stesso del film in questione, così radicato nell’immaginario da essere conosciuto, più o meno, da tutti, anche da chi il film non lo ha mai visto o, peggio ancora, da chi si è nutrito solo del superfluo remake. Perchè, ebbene si, c’è anche chi Psycho di zio Hitch non lo ha ancora mai visto, ma questa è un’altra storia. Siamo in un tempo nel quale i capolavori, i veri Cult della cinematografia, vengono messi in discussione per essere confrontati con gli attuali lavori figli di tecniche diverse e metodi lavorativi del tutto impensabli per l’anno di produzione di un film quale “Psycho”. Ma veniamo al film in sè, allo straordinario turbinio di immagini e sensazioni tetre che emana ad ogni visione, da quel fitto bianco e nero a quelle inquadrature mirate, decise e mai banali, da quegli attori, su tutti un Anthony Perkins nel ruolo della vita, in grado di dare a Norman Bates una sinistra aurea malvagia in perenne bilico fra schizzofrenia e vacua innocenza, passando per un Martin Balsam perfetto nelle vesti del cabarbio investigatore Arbogast e dulcis in fundo lei, Janet Leigh, nel ruolo della fuggitiva e scapestrata Marion Crane per molti icona del film grazie alla famigerata scena della doccia, ma, se vogliamo, icona di un vero e proprio genere. Un film forte di una struttura narrativa da far invida ancora oggi, con l’incipt della venale fuga del personaggio che pare essere l’indiscussa protagonista del film e che lo sarà fino alla fatidica scena della doccia che trasforma tutto, senza rendersene quasi conto, in una storia di passione ed ossessione, annientando le nostre convinzioni e declassando sia la fuga di Marion, che pure tutti continuano disperatamente a cercare, sia il furto dei quarantamila dollari, anch’essi oggetto del mistero. Il giallo ha inizio e pian piano veniamo risucchiati da questo vortice teneborso con l’ossessionato Norman totalmente succube della ombrosa figura della madre e prigioniero della sua solitudine, schiavo di una pseudo misoginia di fondo che contrasta un naturale impulso di attrazione. Il suo Motel, il Motel Bates, “l’unico motel che sembra voglia rimanere nascosto” e la sua casa, una villetta che non isipira nulla di positivo, sono tutto il suo mondo e lo saranno sempre. Il film si sofferma molto su questo particolare aspetto, rendendo la storia ancor più tragica e mai banale per merito del controverso personaggio interpretato da Perkins, vittima della possessiva madre, complice, prigioniero o squinternato pazzoide? Noi sappiamo la risposta e in ogni caso chiamarlo spoiler parrebbe ridicolo poiché, come accennato prima, anche chi il film non lo ha mai visto sa come và a finire. Certo, servirebbero pagine e pagine per recensire “Psycho”, sul quale sono stati scritti saggi, libri e recensioni più che esaustive e quest’ultima ovviamente non và a dire nulla di nuovo alle migliaia di “critiche”, ma ogni amante di cinema non può non essere felice trovandosi a scriverne o anche solo a parlarne. E’ un film che non è più solo un film, ma parte integrante della nostra storia, un’opera quasi sociologica ingiustamente relegata, all’epoca, ad un B-Movie innoquo, un gialletto dozzinale che chiunque saprebbe girare, ma che poi alla fine dei giochi nessuno ha mai più saputo più girare, di certo non con la stessa potenza espressiva. Alfred Hitchcock era (è) cinema puro, espressione purissima della settima arte, un regista prolifico autore di film minori, ottimi lavori e grandissimi capolavori, un autore consapevole del suo stile, ma mai prevaricatore verso lo spettatore. Un regista da alta scuola

2 commenti

  1. hartman / 27 maggio 2014

    bella recensione @rodriguez86… Psyco/Psycho è meraviglioso nel suo bianco e nero tesissimo nelle sue inquadrature superlative (soprattutto quelle dentro la villa).. credo che Hitchcock debba molto all’Orwell di Citizen Kane, soprattutto per quest’ultimo aspetto, e in un certo qual modo credo che sia uno di quelli che meglio ha portato a compimento gli esperimenti di Orwell, facendo fare un ulteriore balzo in avanti alla settima arte verso la modernità… non sarò il primo a dirlo, ovviamente, ma la cosa mi era apparsa in modo evidente la prima volta che lo vidi

    • Bisturi / 27 maggio 2014

      Citizen Kane è un caposaldo inossidabile, un altro capolavoro che penso per chiunque sia stato un modello. Con opere del genere credo bisogni essere il più possibile oggettivi nel giudicarle,nonostante alcune di esse oggi risultino alquanto datate, ma vanno bene così, sono quel che sono. La differnza fra questi due grossi autori, penso, stia proprio nell’estetica e nel bagaglio culturale, Welles era più feroce e forse prevaricatore verso lo spettatore, voleva condurlo esattamente dove voleva e ci riusciva, Hitchcock era decisamente più interessato al racconto, allo spettacolo puro, infatti per molto tempo fu considerato un abilissimo mestierante. Citizen Kane resta indiscutibile e imprescindibile, ha dato al cinema così tanto che penso sia inutile rimembrarlo anche se personalmente, parlando per estetica personale, gli preferisco Touch Of Evil (L’Infernale Qunilan) @hartman

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