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Recensione su Philomena

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30 marzo 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Judy Dench, diciamolo, è un po’ il Clint Eastwood britannico, col suo muro di rughe e gli occhietti che ci si stringono dentro. Philomena (Filly) è questo personaggio tratto da una storia vera, di una giuovane tizia che nei ‘50 era stata messa incinta (galeotto fu il bruco mela, par di capire), cacciata in convento a espiare (thoccola!), figliato, il figlio preso dalle suore e venduto agli yankees, che venivano in Irlanda tipo a far spesa di bambini coi capelli rossi perché era cool. Oggidì, o poco tempo fa, Filly e un giornalista, o viceversa, si mettono alla ricerca del figlio perduto. Impossibile non ricordarsi il terrificante Magdaleine di qualche anno fa, e non odiare vieppiù i cattolici, con questi film. La storia nella storia è il confronto tra le due personalità, agli antipodi decisamente, del giornalista intellettuale e radical chic e la signora Filly, che ha lavorato come una mula tutta la vita e legge gli Harmony e crede in Dio perché sì, e fa tutto quello che una persona stupida farebbe (oh, con tutto il rispetto eh. Vi lovvo, però c’è poco da girarci intorno, perché quel personaggio è fatto per far intendere questo e non altro), però con la saggezza semplice del suo basso livello culturale, in opposizione alla mentalità strutturata dell’estabilishment. Se la storia è il pretesto o la cornice, ineccepibile per come è costruita e ripresa, il punto forte finisce a essere la relazione, come si possa giungere alla conciliazione di opposti tra umani così disparati e diversi, e in questo caso viene molto bene, i due si migliorano e completano e correggono e diamine, a leggere quel che sto scrivendo ci manca solo che scopino U_U

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