Recensione su Noi credevamo

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2 marzo 2011

Bello ed emozionante, un film robusto.
La scelta di Martone è totalmente antiretorica, anche perchè parla dei perdenti, di coloro che non vinsero, forse mai. Sono i repubblicani i protagonisti del film, gli oscuri adepti della Giovine Italia e una nobildonna che nell’ascoltarla sembra di scorgere i germi del comunismo.
Certo tutte le guerre, piccole o grandi, si possono guardare anche dai piccoli eventi, oscurandone la grande cronologia, ma in questo caso Martone si incaglia in un percorso davvero difficoltoso: snocciola solo accadimenti critici, dal regicidio incompiuto alla lunga detenzione in carcere, dalle diatribe fra le varie fazioni in lotta per l’unità all’aspromonte garibaldino. Crisi, divisione, realismo, massimalismo, terrorismo lungo uno scenario storico che si può seguire solo se lo si conosce di già. Ma non per questo il film perde potenza, anzi. L’idealismo è intatto (emozionante il giuramento iniziale dei tre ragazzi), ma si imbatte continuamente in una sorta di riconduzione alla realtà: la libertà è un diritto incompiuto se inconsapevolmente e irresponsabilmente posseduto; il coinvolgimento del “popolo” è impossibile là dove non si accetti un cambiamento compiuto del tessuto sociale; il realismo degli eventi porterà ad una unione geografica fallimentare che consegna il sud a nuove depredazioni.

Fra le parole del giovane Domenico e della saggia principessa si scorge cosa spesso non si confessa della nostra unità incompiuta: l’idea di una unione territoriale ha prevalso su un progetto più ampio di cambiamento, ammodernamento e democratizzazione. E tutto il film fa i conti con il nostro presente in maniera evidente.
Martone sceglie gli interni per le città e il respiro ampio della natura per il sud, divide il film in 4 parti (non le canoniche 5 teatrali) raccontandoci le aspirazioni; il crescere delle convinzioni (le scene dentro il carcere sono un trattato di sociologia) e la loro maturazione; la nascita della nazione battezzata da un bagno di sangue fratricida incoerente. E Martone è anche bravissimo a spogliare di retorica la scena finale visionaria all’interno del parlamento dove tutto riconduce, dove si respira già il dopo unità, dove il fallimento degli ideali si concretizza nel realismo degli interessi.

E nel titolo rimane l’aspirazione, la forza dell’ideale, la sconfitta di una generazione e di un progetto che nell’unità vedeva democrazia consapevole, un’uscita dallo stato di minorità, per tutti

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