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Recensione su La finestra di fronte

/ 20046.8268 voti

25 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Si va bene, Il Don è un violento a cui piacciono i polizieschi. Il Don è un critico rompi cogli**i a cui non van bene quasi 3/4 dei film in circolazione, il Don recensisce film tipo Paisà e neanche gli si butta un occhio… Il Don parla in III persona, ma chi si crede di essere, Cesare ?
Ma ha anche un gran cuore.

La finestra di fronte.
Del regista Ferzan Ozpetek non conosco quasi nulla, ho rimediato comprando i suoi film.

E’ un film drammatico e al dramma unisce una storia d’amore impossibile, anzi scusate due storie d’amore impossibili. La prima ambientata durante la II Guerra Mondiale e la seconda invece nel presente. I protagonisti sono “Simone” e una incognita per quanto riguarda la prima vicenda, una donna sposata insoddisfatta del suo status nella seconda. Messa così la vicenda tutta potrebbe risultare banale ma non lo è. Partiamo dal fatto che Giovanna è una madre, una moglie, una lavoratrice e nella sua vita le soddisfazioni si contano sulle dita di una mano. Ha una famiglia, la cosa è innegabile ma lei e il marito sono la classica coppia che scoppia o la classica coppia in procinto di esserlo. Il marito ha un lavoraccio, la figlioletta ha la faccia d’angelo ma è una vera saputella, il figlio è.. ma il figlio parla ? E’ attivo ? Aggiungeteci pure che il poco tempo libero rimanente lo investe fantasticando sul vicino di casa, Lorenzo (Raoul Bova) che abita nel palazzo di fronte.
La goccia che fa traboccare il vaso è proprio l’incontro con “Simone”, un vecchietto senza memoria.
Egli viene trovato per caso dal marito di Giovanna, all’inizio è sospettosa, diffidente, crede sia un pazzo ma si ricrederà e proprio grazie a Lorenzo scoprirà che in realtà Simone non è Simone.
Il vero nome del vecchietto è Davide, un ebreo scampato al rastrellamento del Ghetto di Roma del 1943. Chi è Simone ? Simone è il suo amato. Entrambi vivono clandestinamente il loro amore omosessuale. La storia è tristissima e alla tristezza si aggiunge altra tristezza poiché durante il rastrellamento e deportazione seguente, Davide scelse di salvare il più possibile delle persone (fra cui la donna che si prende cura di lui), molte delle quali lo insultavano per la sua inclinazione sessuale ma Simone non si salvò.
Tutto il film è questo: una serie di rimpianti, domande interiori e scelte.
Perdere quel poco che ha (la famiglia cioè gli affetti) per una storia con Lorenzo oppure lasciare tutto e andare con lo stesso.

Note del Don.
Non amo affatto Giorgia ma devo dire che “Gocce di memoria” è azzeccata.

21 commenti

  1. Stefania / 26 febbraio 2013

    Visto il voto, direi che ti è piaciuto.
    Don cuore tenero 🙂 (senza ironia)

  2. yorick / 26 febbraio 2013

    Ozpetek, ovvero come fingersi intellettuali friggendo aria fritta.

    • Stefania / 26 febbraio 2013

      Oh, inZomma, dissento 🙂 “La finestra di fronte” non ha pretese intellettuali, secondo me: questo è il film di Ozpetek più onesto, forse, perché parla “solo” di amore, senza pretenziose sovrastrutture, come accade -invece, e ti do ragione- in altri suoi lavori, tipo (brrrr) Cuore sacro o Saturno contro.

      • yorick / 27 febbraio 2013

        Cuore sacro non l’ho visto, @stefania, ma Saturno contro l’ho odiato. Il problema di Ozpetek – per me – è che i miei zii lo adorano, per ciò diversi film mi han trascinato a vederli quando mi piacevano solo pellicole della fattura di The punisher e Sin city, indi per cui – me tapino – ne ho vaghi ricordi rancorosi. Il suo modo di fare cinema mi è sempre parso un po’ pretenzioso, senza avere mai davvero qualcosa di interessante da dire.

    • Socrates gone mad / 27 febbraio 2013

      Dell’ombelicale cinema italiano con le sue storie intimiste e sensibiliste da pianerottolo ne abbiamo pieni i cosiddetti, vero @yorick? Parto da una posizione pregiudizievole, perché certi film li evito come la peste (infatti il mio vuole essere un discorso più generale rispetto a questo caso specifico), eppure non esiterei più di tanto ad attribuire a questo genere di film e di “autori” il disfacimento del cinema italiota (con il beneplacito dei Francesi). Da questo punto di vista la celluloide è andata a braccetto con la pagina scritta. Gli amori impossibili lasciamoli raccontare a David Lean, era il 1945 e si lavorava per bene con certe tematiche.

      • yorick / 27 febbraio 2013

        be’, guarda, @dovic, qui mi trovi totalmente d’accordo. Se c’è qualcosa che ha rovinato il cinema italiano è la pretesa intellettuale della sinistra. Lungi da me fare discorsi politici, ma sia in letteratura (v. Mazzantini) sia al cinema (v. qualsiasi cosa che non sia il cinepanettone) il target è quello dell’intellettuale di sinistra, che guarda Fazio e “Baaria” un gran film.

        • yorick / 27 febbraio 2013

          manca un “ritiene”

          • Stefania / 27 febbraio 2013

            Trovi d’accordo anche me.

        • Socrates gone mad / 27 febbraio 2013

          Credo che in questi casi si debba fare attenzione ai termini, per non tirar cacca addosso a cose e idee che già se ne prendono parecchia. Questo genere di intellettualismo non lo reputo per nulla di sinistra, dato che è talmente piccolo borghese e mediocre da far venire il latte alle ginocchia. Non ha niente di progressista, molto di omologante, superficiale, smussante verso qualunque contraddizione e complessità, e quindi è in fin dei conti reazionario. Alla fine, come hanno detto anche altri utenti, non rimane un granché neanche di intelluttale, tranne la patina, dato che tutto tende ad essere banalizzato. Che certi autodefinentesi intellettuali amino ammantarsi di un’aura progressista è un altro discorso, ma siamo nell’ambito del radical chic, non certo della sinistra vera e propria. Nella sostanza del discorso però ci troviamo d’accordo.

          • yorick / 27 febbraio 2013

            Manco Fazio è di “sinistra”… cioè, basta ascoltare Gaber per capire che, oramai, la sinistra in Italia è tutto fuorché progressista o proletaria. Per “intellettuali di sinistra” intendo appunto il pubblico che si tira dietro Fazio, che guarda Ballarò solamente per Crozza.

          • Socrates gone mad / 27 febbraio 2013

            @yorick
            Sì, siamo d’accordo. Io per “sinistra” intendo la sinistra storica, quindi affiancare questa parola ai personaggi da te citati mi ripelle non poco, perché non li considero nemmeno di sinistra, tantomeno intellettuali. Forse ormai non sono nemmeno più socialdemocratici, sono moderati di destra e basta. In ogni caso fanno schifo. Secondo me difendere il significato di certe parole significa anche difendere quel che rappresentano o hanno rappresentato, proprio per combattere l’annacquamento a cui vanno incontro nell’epoca in cui ci troviamo, dove purtroppo sotto il cappello “sinistra” sembrano starci tutti, dai CSO a Rosy Bindi (magari con l’aggiunta dell’infido prefisso centro-). Potrebbe sembrare eccessivo zelo e conservatorismo semantico, ma credo sia importante saper distinguere le cornici storico-ideologiche dagli schieramenti contingenti. Per una volta mi tocca dar ragione a quello snob di Moretti quando diceva che le parole sono importanti. Scusate l’OT.

      • DonMax / 27 febbraio 2013

        Mah, ragazzi.
        Intellettuale ? E’ il primo film che guardo del regista, quindi forse devo vedere altro dell’autore prima di parlarne ma non mi è sembrato un film intellettuale. E’ probabile che gli altri lo siano.

        Ora è vero che le storie d’amore nelle pellicole cagano il cazzo (anche io se posso le evito come la peste) ma se la resa finale è godibile, perché no ? Poi dipende come l’argomento viene trattato.
        Oh, parere personale eh xD.

        @yorick nel pomeriggio vedo Kynodontas.

        • Stefania / 27 febbraio 2013

          Infatti, questo non è il solito film di Ozpetek: è un film molto più “rilassato”, meno pretenzioso, come dicevo.
          Giusto per parlare, di quel che ho visto finora di Ozpetek salvo solo questo film e Le fate ignoranti.

        • yorick / 27 febbraio 2013

          @Stefania, yay, ma questo non toglie che non sia intellettuale, nel senso appunto di pseudo-intellettuale. Mi sono spiegato male, forse sotto mi sono spiegato un po’ meglio. Comunque oramai la figura dell’intellettuale pretezioso, affetto da elefantiasi culturale è cosa del passato, appunto perché la cultura si è come standardizzata.

  3. tiresia / 27 febbraio 2013

    di intellettualismi qui ce ne sono pochissimi, di cemtralità dell’ombelico direi pure. Riuscire a distinguere fra una robaccia e un tentativo di film popolare è doveroso. Ozpetek fa film popolari e tutto meno che intellettuali, il suo più grave problema sono le estetizzazioni, le laccature e il fatto che le sue sceneggiature spesso zoppichino dietro una idea con pochissime variabili. Qui però sene deve dare atto ci sono due o tre idee prodotte bene all’interno del suo stile che può piacere o meno. Dare a Cesare quel che di Cesare dunque, anche se poco

    • yorick / 27 febbraio 2013

      il problema è proprio questo, che ormai la cultura è popolare. Ozpetek come molti altri ha standardizzato la cultura, rendendola de facto a-culturale – un processo che in Italia è iniziato, credo, alla fine degli anni Novanta e che ora sta diventando allarmante. Basta leggere i giornali, @tiresia: com’è che tutti hanno premiato la cultura del festival di Sanremo ultimo? Ci siamo abituati a una cultura mediocre, “volgare” (nel senso etimologico del termine), che devono capire tutti. L’intellettuale – ora – non è più quello degli intellettualismi, ma quello che finge gli intellettualismi, o nel caso di Ozpetek che spaccia i propri film per film d’essai.

      • io se fossi gay mi sarei vergognato nel vedere quella pantomima con i cartelli sull’AmoreconlaAmaiuscola @yorick.
        il problema di fazio è che ha dietro quel sapientone fighetto di serra e il suo successo si spiega con la rivendita di questa cultura priva di contenuto che fa sentire il pubblico molto intelligente e molto democratico.

      • Socrates gone mad / 27 febbraio 2013

        @yorick @drmabuse
        Ca**o, ragazzi, mi sto preoccupando. Sono troppo d’accordo con voi per i miei gusti, urge una presa di distanze. E’ vero che la cultura si è standardizzata e, come ovvia conseguenza, ha subìto una diluizione che l’ha fatta diventare di fatto inutile e “consolante”, accomodante, lobotomizzante. Però io non credo nemmeno in una cultura d’élite, soprattutto in una società come la nostra dove conoscenza è potere (magari più quella scientifico-tecnica che quella umanistica, ma il meccanismo è lo stesso). Quindi essa è uno strumento necessario perché le persone acquistino consapevolezza. Abbiamo dunque due alternative: 1) la cultura in mano a pochi per conservarne la conflittualità e le masse in preda all’imbarbarimento più totale; oppure 2) una diffusione della cultura che ne comporta necessariamente la semplificazione. Come se ne esce? Attraverso una speranza che viene dalla cultura popolare, la quale ci mostra come le narrazioni siano diventate molto più complesse e articolate rispetto a quelle di decenni fa (serie tv, videogiochi ecc.). Non mi riferisco naturalmente ai contenuti di tali produzioni, ma solo alle loro impalcature narrative. Questi sono segnali che è consigliabile tenere d’occhio per cercare una terza strada e non cadere nei due estremi.

      • Socrates gone mad / 27 febbraio 2013

        P.S.: Credo che il processo a cui fa riferimento yorick sia connaturato nel diffondersi stesso della cultura, che implica un certo grado di semplificazione e omologazione, come per le lingue. Andando a ritroso si potrebbe arrivare all’alfabetizzazione stessa, se non addirittura alla nascita della cultura di tradizione orale.

  4. tiresia / 28 febbraio 2013

    credo che se anche stiamo scrivendo non ha senso crocifiggerci sui termini che usiamo, perché yorick “la cultura che non deve essere capita da tutti” è una frase decisamente da stigmatizzare. Ma lungi da me da fare collegamenti con Sanremo ( non ci arrivo, non l’ho visto) e fermandomi al film e al cinema popolare io nulla di male vedo nell’essenza del popolare, posto che il prodotto deve essere fatto bene. Ora capisco che il pericolo della semplificazione porti spesso all’involgarimento di ciò che si vuol dire, ma questo non pregiudica il fatto che la popolarità possibile del cinema (cultura) abbia senso, soprattutto se di pari passo c’è una educazione ad uno sguardo diverso, a codici ed elementi formali diciamo “migliori”. La posizione di dovic mi sembra chiara.

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