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Recensione su It Follows

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Buona rivisitazione del genere / 2 ottobre 2015 in It Follows

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Insieme ad un altro horror visto recentemente, The House of the Devil di Ti West, It follows mi ha impressionato soprattutto per la padronanza tecnica del regista, in grado di proporre una rivisitazione delle atmosfere di un certo cinema di genere dei tardi Settanta/ primi anni Ottanta, rinfrescandole con un tocco personale decisamente maturo ed appagante, ben esplicato soprattutto da movimenti di macchina fluenti, da una precisa scelta cromatica e da un ottimo uso del contesto esistente.
Come il film di West, infatti, questo di Mitchell propone una vicenda fuori dal tempo (nulla, tranne il curioso e-reader a forma di trousse di una delle co-protagoniste, lascerebbe pensare ad un’ambientazione contemporanea) che, però, è curiosamente debitrice di un preciso contesto estetico.
A questo proposito, non nego di aver pensato a più riprese anche a Il giardino delle vergini suicide della Coppola, forse per via del candido languore che avvolge i protagonisti, in particolare la ragazza “maledetta”.

It follows è un film ipnotico che, affrancandosi dalle facilonerie tipiche di molti film horror, aggancia la platea alla poltrona con tempi lentissimi, sfruttando bene la sapienza tecnica dei mezzi di produzione (fotografia, regia, colonna sonora originale) più che quella narrativa nel tentativo di creare, letteralmente, un’atmosfera: è un film che scala le marce a più riprese, accelera e rallenta, cogliendo di sorpresa lo spettatore più con gli artifici tecnici, per l’appunto, che con quelli smaccatamente “a sensazione” (non contiene molti dettagli macabri, ma quei pochi che vengono mostrati – la ragazza sulla spiaggia, nell’incipit, o la prima apparizione a Jay- restano impressi nella memoria).

Prendendo in mano la materia tipica di un classico slasher per/con adolescenti, Mitchell fa ben altro che affidare il racconto ad un manipolo di screaming queens senza nerbo: pur ingenui, i protagonisti ragionano, riflettono, si pongono domande e cercano soluzioni, invece di fuggire ad libitum.
Il film non vuole insegnare nulla, si badi bene, non ha un sottotesto sociale vero e proprio: pur sfruttando (come l’ultimo Jarmusch) la cornice decadente ed estremamente affascinante della fantasmatica Detroit, simbolo della crisi economica del nuovo millennio, e pur insinuando che bisogna cavarsela da soli, in un mondo in cui gli adulti, senza volto, senza nome, pura voce, come quelli dei cartoni dei Peanuts, sembrano totalmente disinteressati al destino dei propri figli, Mitchell racconta semplicemente una storia, una leggenda, senza voler sensibilizzare nessuno, benché uno degli argomenti portanti sia il sesso tra i giovani.

Come nel recente Contracted di Eric England (altra pellicola a basso budget che tratta temi cinematografici di genere con un buon afflato di rinnovamento), a maledire lo sfortunato di turno è l’atto sessuale (pur compiuto, in questo caso, in maniera consapevole e senziente). Emblematica, a questo proposito, la scena in cui Jay raggiunge a nuoto un gruppo di coetanei in barca: ciò che accadrà è intuibile, ma resta il dubbio se la ragazza abbia spiegato o meno cosa sarebbe accaduto dopo.
Ciò che, in questo film, colpisce nell’abbinamento orrore-sesso è che maledizione e liberazione sono legate alla stessa azione e che essa non presuppone necessariamente la salvezza certa.
“It follows”: letteralmente, ti segue. Della serie: “So cosa hai fatto”.

Pur ricco di pregi, il film non è esente da difetti, diciamo da incertezze, ed esse sono legate alla forma della narrazione, più che altro, a dettagli che a me sono parsi incongruenze o cose incompiute, ma che, forse, nelle volontà della sceneggiatura, non erano tali.
Su tutte, non ho compreso la dinamica della morte di Greg: la “cosa” assume le sembianze della madre e ha con lui un rapporto sessuale (la “forma” della “cosa” ha rimandi psicanalitici? Chi lo sa, tutto può essere), durante il quale il ragazzo muore. La morte della vittima avviene sempre in questo modo? Cioè, ancora una volta, il sesso viene usato esplicitamente come veicolo? Trasmissione del “morbo” e morte del soggetto avvengono in ogni occasione per via sessuale? Se così fosse, a livello di soluzioni narrative, mi è parsa un’esagerazione (cosa strana da dire, per un horror, ne convengo), ma mi rendo conto che si tratta di una considerazione dettata dal gusto personale.

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