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Recensione su Invictus

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16 maggio 2015

Questo ritratto del Sudafrica post apartheid è indubbiamente pregno di retorica e sentimentalismi, che ben si prestano, del resto, a raccontare la storia di un grandissimo come Nelson Mandela, di cui il film celebra le gesta, dalla scarcerazione all’ascesa alla presidenza del Sudafrica.
Ma è anche un film sullo sport e sul suo ruolo fondamentale nel forgiare popoli e nazioni, facendo perno su quell’ondata di misticismo e passioni che l’evento sportivo genera nell’emotività umana.
La storia degli Springboks ai mondiali di rugby giocatisi proprio in Sudafrica nel 1995 è una delle classiche belle storie di sport: da simbolo dell’apartheid (il rugby in Sudafrica era per i bianchi e giocato da bianchi mediamente razzisti, tanto da subire un lungo boicottaggio internazionale), la squadra sudafricana si trasforma nel collante di un intero Paese, riuscendo nell’impensabile impresa di unire neri e bianchi sotto la stessa bandiera, ponendo fine a decenni di discriminazioni e violenze.
Una squadra cui i sudafricani neri avevano sempre tifato contro diventa l’orgoglio di una nazione.
La storia è abbastanza romanzata ma veritiera, e riesce nell’obiettivo di emozionare profondamente lo spettatore.
Il tema sportivo è predominante e viene affrontato da Eastwood con un piglio abbastanza classicista: la lezione di Momenti di gloria, in merito, è ancora attuale e si sprecano i ralenti, le corse di allenamento epiche, l’espressività grave degli atleti.
Protagonista sportivo della coppa del mondo 1995 fu lo neozelandese Jonah Lomu, che diventa pure protagonista per una certa parte del film, in cui si esaltano le sue imprese atletiche, tra cui spiccano le 4 mete (alcune delle quali sensazionali) nella semifinale contro l’Inghilterra, la partita che lo consacrò, soltanto ventenne, come uno dei migliori giocatori dell’epoca (l’attore che lo interpreta, anch’egli ex giocatore di rugby neozelandese, è di una somiglianza impressionante).
Certo, il film ha anche dei difetti, tra cui principalmente quello di far sembrare che Mandela, per il primo anno della sua presidenza, si sia occupato (e preoccupato) solo di rugby e dei mondiali da disputare in casa.
Ciò nonostante, resta un bellissimo film, in cui Eastwood non ha potuto inserire più di tanto il suo tocco, perché incanalato in una sceneggiatura davvero potente e grazie anche all’opera dei due protagonisti, un grandissimo Morgan Freeman e un Matt Damon in un ruolo che è riuscito a farlo rendere discretamente.

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