Recensione su Il Posto

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Un’inedita Italia del boom. / 30 aprile 2014 in Il Posto

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un film decisamente bello, inaspettato, curioso, difficile da categorizzare (sempre che se ne abbia l’intenzione, è ovvio): il giovane Olmi, qui al suo secondo lungometraggio, confeziona una pellicola che, con taglio quasi neorealista, sicuramente realistico, descrive l’esplosione del boom economico italiano da un’angolazione quasi inedita, sicuramente fertile, in grado di offrire spunti di riflessione e prodromi per lo sviluppo di forme rappresentative di topoi antropologici e sociali quantomeno inconsuete per il cinema italiano, non solo dell’epoca.

Un po’ dramma, un po’ commedia, la sua ambivalenza mi ha ricordato vagamente il tenore de I magliari di Rosi.
Qui, però, la messinscena è forse più sottile, oserei dire più sofisticata: le descrizioni d’ambiente, benché rasentino talvolta la macchietta di costume (la madre altolocata che cerca la raccomandazione per il figlio succube o le relazioni interfamigliari nella casa del protagonista, per esempio), sono pittoresche e gustose senza mai scadere nella rappresentazione didascalica, anzi mantengono quasi un carattere documentaristico, oggettivo, sono un contorno necessario e ben adoperato ai fini di una corretta contestualizzazione.

La prospettiva del posto fisso, a prescindere da quali mansioni esso comporti, è qui il fulcro e il giogo di più vite e Olmi, incedendo con tenerezza sugli ingenui vagabondaggi dei due protagonisti tra le vie ed i negozi di una Milano che, con i suoi cantieri postbellici in fermento e le vetrine sfavillanti, spaventa, seduce e promette allettanti novità, Olmi, dicevo, mostra l’ingenuità propria di un giovane (e di una generazione) che sacrificherà la propria freschezza rincorrendo il mito del benessere appena intravisto: il fatto che il protagonista acquisti un trench perché la ragazza per cui prova interesse ama “l’abbigliamento sportivo” la dice lunga sui condizionamenti che di lì a poco, in maniera forse inconscia, stipendio alla mano, il consumismo eserciterà su di lui, fagocitandolo.

La scena finale, con la corsa alla scrivania, anticipatrice dei grotteschi sotterfugi fantozziani, cala come una pietra tombale sul futuro del giovane Domenico (interpretato da Sandro Panseri, attore non professionista con occhi sinceri, timidi, freschi, perfetti insomma per il ruolo affidatogli), apertamente sconcertato da una situazione in cui, per chissà quanti anni, sarà confinato.
Dettagli come la rappresentazione della camera spartana dell’impiegato di cui acquisisce la scrivania hanno un afflato quasi simbolico, segnano la cifra di un destino: Domenico, forse, avrà a disposizione beni di consumo di lusso (casa propria, motocicletta, ecc.), ma dietro quella scrivania la vita di chiunque, a prescindere dal proprio status economico, si riduce a ben poco, ad una gruccia appesa all’anta di un armadio vuoto, forse, mentre in un cassetto giacciono una piuma ed un romanzo incompiuto.

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