Recensione su Hard Candy

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14 Agosto 2012

L’idea di partenza era quella di girare un film low budget che sapesse scuotere le coscienze attraverso una storia vera raccontata da personaggi di fantasia. E proprio da un fatto di cronaca giapponese, dove delle ragazze adescavano in rete uomini più grandi, per poi accerchiarli e torturarli, che nasce l’idea di Hard Candy. Un film brillante, crudo e a tratti crudele, girato interamente all’interno delle mura di un appartamento e animato da due soli interpreti: Patrick Wilson ed Ellen Page, entrambi strepitosi e decisamente credibili nei loro rispettivi ruoli. Ruoli che si sovvertono e si scambiano di posizione continuamente, tanto che è difficile e dura parteggiare per l’una o per l’altra parte, praticamente fino all’epilogo.

Hard Candy è appositamente strutturato come un continuo gioco di ribaltamento di prospettive, di sovversioni, un duello fisico e psicologico che stravolge continuamente i pensieri dello spettatore impedendogli di costruirsi un’opinione univoca su fatti e persone. Un film che destabilizza e ammorba col peso delle sue parole e immagini, ma soprattutto che provoca le coscienze di chi guarda, dato il difficile tema di cui si fa carico.

Quello di David Slade è un film del panorama underground che ha deciso di occuparsi di un argomento scottante attraverso la vendetta femminile e femminista, ma in maniera ben diversa rispetto alle pellicole pussy-vengeance stile Tarantino, perché mira a svelare e ad affrontare un delitto che destabilizzerebbe chiunque, di qualunque età e rango sociale. E riesce a farlo in maniera intelligente e asfissiante, senza sporcarsi le mani di sangue e senza prendere una vera e propria posizione a riguardo.

Anche a lungo andare può sembrare ripetitivo e monocorde, la messa in scena minimalista di Hard Candy, con i suoi continui primi piani che insistono sui volti, delinea un film particolare e tormentato, che in certi frangenti riesce davvero a lasciare senza fiato.

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